Sono tornata… ma non me ne ero mai andata.

Mesi di assenza sulle pagine del blog, mesi che sembrano anni. E non sono stati gli  infortuni a tenermi lontana dalla scrittura, piuttosto un vuoto di motivazioni e un’assenza di argomenti legati prettamente alla corsa. Poi mi sono detta che l’argomento è sempre e solo uno, lei, e attorno a lei gira tutto, spesso.

Siamo stati messi alla prova duramente negli ultimi  4 mesi della nostra vita: forse sperando di non pensare a quello che stava accadendo fuori dalle nostra mura, abbiamo cercato di continuare ad allenarci pur non potendo correre. Abbiamo conosciuto virtualmente atleti che con i loro canali YouTube ci hanno permesso di allenarci senza muoversi da casa, abbiamo a volte fatto come i criceti e corso nel cortile della nostra abitazione, purché piccolo, per far passare il tempo, per ingannare la mente e per sfogare la smania. Ci siamo adattati a lavorare con i nostri figli in braccio, a vivere in 4 forzatamente, a non uscire per settimane e a trovare spazi inaspettati nei metri quadrati della nostra vita. Abbiamo sofferto perché non potevamo vedere i nostri migliori amici e i nostri familiari, ma la vita continuava ad andare avanti: abbiamo avuto l’illusione che tutto si fosse fermato, che noi non stessimo invecchiando e che il nostro cuore non stesse più battendo per nessuno e che la nostra mente non desiderasse più nient’altro, ma in realtà in questi mesi ci siamo finalmente accorti di quanta bellezza c’era nella nostra vita e di quanto impegno ci vuole per far sì che essa rimanga tale.

Non scriverò frasi retoriche su quanto sia stato importante a livello sociale il distanziamento emotivo e fisico che l’epidemiologia del Covid ci ha costretto a mantenere: il termine “importante” significa “grande, portentoso” e lo riferisco precisamente alla portata dell’evento sociale in cui ci siamo ritrovati invischiati. E’ certo e naturale che abbiamo avuto modo di riflettere sulle nostre questioni personali, senza dubbio il non avere niente da fare costringe i più impegnati a livello celebrale ad affondare il coltello nella piaga (chi non ha almeno una piaga addosso?). Parlerò solo di ciò che ci è accaduto e di quanto la corsa, ancora una volta, ci abbia salvato perchè, come narrava Primo Levi ne “I sommersi e i salvati” ” Non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riconducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. […] L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il «noi» perdeva i suoi confini.

Ciò che ha salvato Levi durante la sua drammatica esperienza può essere ricondotto a ciò che ha salvato noi nelle lunghe settimane di costrizione a vivere una condizione anomala per l’essere umano, e sociale. La corsa da sempre per noi Forrest ha rappresentato momento di aggregazione veicolante della nostra felicità: l’imposizione proveniente dall’alto di non correre ci ha ammutolito e ci ha devitalizzato, proprio perché correre significa dare sfogo alle nostre pulsioni più vitali. Mai nessuna video chiamata ha potuto sostituire il suono dei passi che si alternano su un asfalto scorrevole, i sorrisi che sanno di buono alle 6 del mattino, gli odori dei tuoi amici e le nostre capacità di guardarsi negli occhi e di capirsi e raccontarsi durante un allenamento. So che non vi sto raccontando niente di nuovo ma non ne avevamo ancora parlato, almeno non con tutti.

Sono passati mesi e quando ci siamo rivisti è stato come se il tempo non fosse passato, con le sue stagioni, i cambiamenti biologici del corpo e quelli tangibili delle nostre vite. La mia, di vita, è stravolta, e non è stato il Covid, ma sono stata io. Perchè spesso , e giustamente, lasciamo che non siano le situazioni avverse a cambiarci, ma le nostre decisioni, prese e portate a termine, con le paure e i dubbi annessi e connessi, con la sensazione di vertigine e l’angoscia della paura della solitudine. La foto che stamani ho visto sulla nostra chat della corsa ha reso merito all’impegno che tutti abbiamo messo nel tenere unito questo gruppo che è diventato una seconda famiglia per tutti. Proprio per questa ragione, credo che dovremo sentirci tutti noi dei “salvati” e non certo dei “sommersi”: la salvezza risiede nei rapporti umani, negli abbracci e nelle confidenze, in una telefonata e nel tempo trascorso insieme. Se volete fare un regalo a qualcuno, dedicategli del tempo, almeno a quelli come noi, che sacrificano figli, sonno e tempo libero per correre, insieme. Con l’auspicio che questo articolo trovi condivisioni nelle vostre vite e nei vostri vissuti…

Correre liberamente

di F. Mannucci

La corsa è sinonimo di libertà e di momento nel quale ogni persona ritrova il suo equilibrio ascoltando ogni sensazione che essa rilascia.
I pensieri tutto ad un tratto spariscono e si libera la testa da ogni stress accumulato precedentemente.
Correre in maniera efficiente e decontratta richiede un grado di consapevolezza ed esperienza per alcuni runners mentre per altri nasce spontaneamente ed è totalmente naturale.
La ricerca della leggerezza del gesto tecnico lascia spazio molte volte anche all’eleganza ed alla bellezza nella sua forma.
Il post lockdown ha significato il rinascimento per tutti gli amanti della corsa ed ha accentuato la modalità di apprezzare ogni momento che ne contraddistingue l’uscita stessa.
Un senso di libertà che solo qualche mese fa era stato proibito e che oggi ogni runner si è potuto riconquistare con orgoglio ed emozione.

F. Mannucci

A spasso per Vicopisano con i bimbi

In una splendida giornata primaverile abbiamo fatto i turisti a Vicopisano, uno splendido gioiellino medievale incastonato alle pendici dei Monti Pisani.

Vicopisano è stata contesa per secoli fra Pisa e Firenze, grazie alla sua posizione rilevante di “porta” del commercio. Fino alla metà del XVI secolo, l’Arno passava proprio sotto le sue mura. Venne fortificato dal Brunelleschi, che gli diede la forma meravigliosa che oggi vediamo.

Partiamo da qui… Indovinate dove siamo? Dove, fino al 1560, scorreva l’Arno

Non vi servirà una mappa o un tragitto prestabilito. È un paese piccolo e racchiuso dalle mura. Potete girarci intorno, poi passeggiare per le sue due vie principali e soprattutto perdervi e visitare ogni vicoletto, i “chiassi”

La Torre delle 4 Porte era una delle vie d’accesso principale. Se guardate verso l’alto, potete immaginare i soldati che vivevano lì dentro a protezione del “castrum”

Questa è la Torre del Soccorso, posta davanti all’Arno. Un camminamento la collegava alla Rocca. Oggi sono in corso i lavori per ripristinare il camminamento e non vediamo l’ora di percorrerlo!

Dalla Chiesetta, se vi avanzano energie, potete percorrere la strada bianca immediatamente a destra alla fine della discesa e, dopo circa un km, inoltrarvi nel bosco per una forestale che sale verso destra. Dopo circa 700m troverete l’oratorio del Castellare, recentemente ricostruito, da cui si gode un panorama pazzesco.

Vicopisano è piccola, ma offre tante avventure, soprattutto per i bimbi. È un paese molto sicuro, la maggior parte delle strade del centro non è accessibile alle auto. Non mancano i posti per rilassarsi, per giocare e fare uno spuntino.

Si possono proporre giochi diversi ai piccoli esploratori: potete prendere il libretto alla Biblioteca e poi fare la caccia fotografica dei luoghi descritti. O giocare a percorrere ogni singolo vicoletto, su e giù per il paese. O giocare a riconoscere le piante aromatiche, profumatissime, che troverete in giro per il paese. Noi abbiamo percorso circa 5km, restando sempre in centro, fateci sapere quanta strada riuscire a percorrere con questi giochi!

Io non ci sto più

Ho imparato che aspettare è la più grande delle doti che la natura ha dato all’uomo. Ho imparato che dietro un cielo azzurro in una giornata lunga e ansiosa c’è sempre qualcosa per cui lasciar andare le paure e cedere alla debolezza. Ho imparato che l’amore è ovunque, quando lo provi: è nella canzone che hai ascoltato mentre amavi, è nel piatto che hai gustato quando vivevi un momento speciale, è nel sole accecante che ti costringe a capire che i giorni e le settimane stanno passando, nonostante tu stia facendo ogni giorno le stesse cose e tu stia cercando di non pensarci, che quel tempo sta trascorrendo.

“Cosa senti?” chiese alla signora che stava seduta sulla terrazza dopo aver pranzato.

“Precarietà” rispose lei.

“E poi?” continuò avvicinandosi.

“Impotenza”

“E non senti la mia presenza?”

“Sì, ma ti sto dominando” rispose lei alzandosi in piedi. Si asciugò le mani sul grembiule e continuò: ” Non voglio e non posso permettere che tu entri dentro ai pori della mia pelle. Se dovesse succedere non riuscirei più a vivere. Mi sveglio ogni mattina, mi lavo il viso e mi guardo allo specchio e sento le voci dei miei bambini e mi sforzo di pensare che oggi è un giorno in più e un giorno in meno: è un giorno in più senza che qualcuno che conosco si sia ammalato ed è un giorno in meno verso la libertà.”

” Sei brava” si sbalordì la paura ” non avrei creduto che qualcuno potesse tenermi a distanza con così tracotante grinta.”

” Siamo in tanti”. Si tolse il grembiule e tornò in casa e accese la musica e si lasciò pervadere da note conosciutee capaci di portarla lontano. ” Non puoi capire quanta forza ci possa essere nei corpi, nelle menti e nei cuori delle persone quando hanno uno scopo e un motivo per vivere. Tu resta pure lì, noi continueremo a tenerti a distanza, ti guardereremo e sosterremo il tuo sguardo cosicchè tu possa comprendere, lentamente, che riusciremo a restare in piedi anche quando il vento soffierà più forte e ci sembrerà di doverci piegare a lui”.

“Siete voi umani che riuscite a dominarmi. Gli altri esseri viventi spesso non ci riescono e fuggono, cercando un riparo e un giaciglio di fortuna. Voi riuscite a rimboccarvi le maniche e a guardarvi dentro per cercare un motivo valido per guardarmi e procedere oltre.” La paura si sedette: abbassò lo sguardo e si asciugò la fronte. Era stanca: di lottare, di provare ad imporsi, di stare eretta di fronte a tutti. La donna tornò sul terrazzo e le porse la mano: era ruvida, senza smalto, era la mano di una donna che conosce il sacrificio e la ricerca della felicità; era la mano di una persona che sapeva cosa aveva dentro e cosa c’era fuori, e stava in piedi senza sostegni, pronta a camminare di nuovo quando fosse stato il momento e perchè no, a correre. Si sedettero per terra, si abbracciarono le ginocchia con le braccia e le loro spalle si toccarono: erano due anime e anche se erano distanti, per un lungo momento avevano deciso di sostenersi.

Questa donna siamo noi, perchè ” Io non ci sto più, a guardare le stelle nel cielo…Io non credo più che si vince soltanto col cuore.” (L.B.)

E infatti si vince insieme. Il traguardo è vicino, allunghiamo lo sguardo. https://www.youtube.com/watch?v=jXKu5bYts40

Ed io ero lì con te.


Credo sia un purosangue, uno di quegli atleti che hanno la corsa che scorre nelle vene.

L’ho conosciuto un anno fa ma a dire il vero non ricordo il giorno preciso e nemmeno il momento: di lui ricordo la caparbietà, come sua principale caratteristica, che lo contraddistingue e lo fa emergere su una folla di persone.

Quando poi sorride, pensi che tutta quella folla potrebbe sparire, perchè la sua dolcezza è così in antitesi con la sua forza di volontà da risultare irresistibile: il mio amico Federico, da domenica, con questi suoi tratti caratteriali, è diventato un Ultramaratoneta ed il merito è tutto del suo cuore.

Quando mi disse, a fine novembre, dopo aver corso in modo eccellente la sua prima maratona, che avrebbe preparato “Terre di Siena”, l’Ultramaratona in programma il 23 febbraio, mi offrii immediatamente di accompagnarlo in bici, come aveVo fatto l’estate precedente con Francesco alla Pistoia Abetone; lui, con il suo placido realismo, mi disse che ne sarebbe stato felice, ma non era ancora convinto di riuscire a prepararla al meglio.

In questi mesi l’ho seguito in sordina, lo guardavo, e mentre la nostra amicizia cresceva e lui mi dimostrava di essere davvero una persona sincera e sensibile, la sua preparazione procedeva nel migliore dei modi: ancora però non aveva deciso definitivamente di correre questa gara, che oltre ad essere molto lunga è anche insidiosa e distruttiva, perchè sale e scende in modo discontinuo, attraversando paesi e mostrando la bellezza della nostra Regione agli impavidi atleti.

La mia preparazione mentale non è stata ferrea come quella che ho avuto per accompagnare Francesco: ho scelto di pedalare sulla mia mountain bike e di non noleggiare una e-bike, visto che il percorso saliva e scendeva e avrei potuto avvantaggiarmi e riposare per poter stare sempre vicino a Federico. Inoltre non tutti i momenti della vita sono uguali, ce ne sono alcuni in cui regna la sofferenza, ma l’amicizia ti aiuta, ti solleva, ti abbraccia e ti rilancia in alto: questo ha fatto Federico con me.

L’appuntamento era fissato per domenica alle 6:45 davanti a casa sua: il caso, o la stanchezza, ha voluto che non riuscissi a svegliarmi se non proprio all’ora dell’appuntamento. Alle 7 ero sotto casa sua, alla Borra e alle 7:50 eravamo a San Gimignano…abbiamo iniziato bene!

La gara di 50 km sarebbe partita alle 9:00 dalla piazza del paese, per passare da Colle Val d’Elsa dove partiva la 32 Km, per poi attraversare il borgo di Monteriggioni dal quale gli atleti dell’ultima distanza – 18 km – avrebbero iniziato l’impresa.

Nello zaino e nel porta borraccia della mia super bici avevo la necessaria integrazione per il mio amico: mi aveva dato precise istruzioni sui tempi e i modi con cui somministrargli il tutto.

Non avevo particolari pressioni: sapevo solo che volevo stargli accanto ogni metro di quella gara, sapevo che sarebbe stata dura, perchè dopo aver accompagnato Francesco quel 30 giugno 2019 fino alle Piramidi avevo indirettamente conosciuto la fatica di un ultramaratona collinare.

A Monteriggioni avremmo incontrato Francesco e Alessandro che avrebbero aiutato rispettivamente Claudio e Federico correndo al loro fianco: Claudio, anche lui, era alla sua prima ultra ed è riuscito a conquistare un primo posto di categoria e a finire una gran bella gara, dimostrandosi un atleta di spessore, di gambe, testa e cuore.

La partenza è stata blanda e i primi 5 km sono volati ad un ritmo blando che ha permesso una prima scrematura, e un passaggio di tensione dalle gambe alla testa: Federico era molto concentrato, e lo è stato per tutta la gara, senza mai lamentarsi dei dolori o del caldo o del freddo o della mia parlantina continua: anche questa è stata una sfida!

Ogni 5 km un ciuccino, le 2 borracce coi sali si alternavano dalle mie mani alle sue, ogni tanto andavo avanti, nei tratti di discesa, e mi fermavo per evitare di stare troppo tempo seduta su quella sella a cui proprio non sono abituata.

Pedalare accanto a Federico è stato per me un grande insegnamento: non ho mai visto un atleta con così tanta dignità e coraggio, io sapevo che tipo di dolori aveva, ma cercavo di non chiederglielo; io sapevo che cosa gli passava nella testa, ma cercavo di non ricordarglielo; sapevo che la fatica, quella pesante che ti schiaccia, sarebbe arrivata ma non avevo dubbi che lui non avrebbe ceduto.

Sotto Monteriggioni abbiamo incontrato Francesco e Alessandro, due magliette dei Forrest Run che correvano verso di noi: Francesco si è affiancato a Claudio e Alessandro a Federico.

Le coppie eran fatte e ognuno aveva i suoi paladini: l’amicizia aveva già vinto.

Avevamo appena passato il 32° km, aggirato Monteriggioni e iniziato a risalire di nuovo quando è iniziata la vera e massacrante stanchezza nelle gambe di Fede: il suo viso, che fino a quel momento era stato imprescrutabile alla sofferenza e alle ore di corsa, adesso iniziava a mostrare i primi segni di cedimento, qualche smorfia qua e là e qualche ruga segnavano il suo volto da ragazzo. Alessandro gli suggeriva tante piccole indicazioni, accorgimenti necessari da ricordare ad un’atleta che sa cosa fare ma che dopo 35 km di sali e scendi può dimenticarsene: non ho dubbi che lui le abbia messe tutte in pratica.

Quando abbiamo iniziato a vedere i cartelli con su scritto “Siena”, abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ma mancavano ancora 8 km perchè il percorso prevedeva un giro più lungo per l’ingresso in Piazza del Campo. Al 47° km sono arrivati i crampi: Federico non si è scomposto, è riuscito a non fermarsi, solo qualche lamento, e alla fine sono passati, così come sono arrivati: è stato lui a dominare loro, e non viceversa.

Alessandro non l’ha mai mollato: acqua, sali, battute e incitamento, con la sua facilità di corsa è riuscito a sostenerlo fino alla fine e a filmare i suoi ultimi 4 minuti di una gara che resterà negli annali dei Forrest Run.

L’ingresso nelle mura di Siena è stato un piccolo traguardo: le strade sconnesse ma quasi tutte in discesa hanno fatto capire a Federico che aveva vinto: stava concludendo una gara durissima di 50 km, dopo una seria preparazione e dopo il coronamento del sogno della Maratona di Firenze a Novembre. Nonostante il dolore alla gamba, nonostante la paura di dover abbandonare le competizioni, lui c’è riuscito, ed è entrato trionfante in Piazza del Campo con un braccio alzato verso il nostro amico Namu a simboleggiare la sua vittoria, sugli eventi, sulla sfortuna, sulla natura…si, perchè lui domenica è stato il mio supereroe, ed Emma e Chiara sono proprio fortunate ad averlo come padre.

Essere stata lì, per me, è stata una gioia: non avrei voluto essere in nessun altro posto, come quando sono andata a Firenze mentre lui correva la Maratona: quando si ha la fortuna di incontrare nella propria vita persone come lui, devi stringerle forte a te e non lasciarle andare, ma dargli amicizia almeno quanta loro ne danno a te.

Complimenti a questi grandi atleti, perchè oltre a Federico, di cui conosco ogni lacrima di sudore, anche altri nostri amici hanno corso questa gara: Claudio, che ha sconfitto i suoi infortuni ed è riuscito a prepararla egregiamente ottenendo un risultato splendido; Catia e suo marito Alberto che, come due anime per mano, corrono e sorridono, affrontando le sfide come se fossero passeggiate; il nostro Simone, la nostra Tea, Giovanni, tutti Forrest Run che contribuiscono a rendere questo gruppo impagabile.

Metti un giorno a Firenze

Ognuno di noi ha un sogno, e forse c’è anche chi ne ha più di uno. Anche se gli anni passano e alcuni sogni si sono realizzati, questo non esclude che possiamo averne altri, e magari realizzarli. L’età non è un ostacolo alla felicità. Avere dei desideri e cercare di realizzarli ci concede il lusso di impegnarci per renderli veri.Oggi a Firenze ho assistito ad uno spettacolo così emozionante da farmi piangere più volte; oggi ho vissuto una giornata di sport e soprattutto di amicizia come poche volte succede nella vita.A me quest’anno è già accaduto due volte, ed ancora manca più di un mese alla fine del 2019: mi sento molto ricca, perché ci sono persone che mai hanno avuto questa fortuna.Stamani Federico e Cristiana correvano la Maratona di Firenze: per lui era la prima, per lei la 7°, ma era come se fosse la prima, vista l’accuratezza con cui l’aveva preparata.Fede è una persona speciale, uno di quei ragazzi che non ha bisogno di tante parole, né intorno né addosso: il suo sguardo parla da solo, I suoi atteggiamenti ispirano serietà e dolcezza, le sue azioni trasmettono completezza e intelligenza. 6 mesi fa gli promisi che oggi sarei stata al suo fianco ad affrontare questa sfida, e che non mi sarei mai tirata indietro: conosco i suoi trascorsi, conosco ciò che ha sopportato nell’ultimo anno e ho sofferto con lui ogni volta che la sorte sembrava remargli contro. Sapevo il valore che questa maratona aveva per lui, il significato di riuscire a tagliare quel traguardo in Piazza del Duomo: sapevo tutto, e per questo oggi ero lì, al 5° km, al 12°, al 17° e al traguardo, ad urlare il suo nome piangendo mentre gli passavo la maglietta con una dedica speciale. Lui oggi è stato il mio eroe, da oggi tu sei il mio eroe, Fede, e racconterò ai miei figli questa favola come il più bel libro a lieto fine.Cristiana è una donna con le palle: è una donna che dello sport ha fatto un modus vivendi e che riesce a portare avanti le sue idee e le sue convinzioni con una dolce risolutezza che ti fa pensare solo di voler essere anche solo un pochino come lei. Corre da anni, e da uno con noi, e di maratone ne aveva già fatte 6, oltre ad 1 passatore, ma mai le aveva preparate con dedizione e serietà, seguendo allenamenti precisi studiati per lei, ed eseguiti con un gruppo di amici che sempre l’ hanno sostenuta. Oggi ha avuto Francesco – cerottino accanto a lei per 37 km, e Mario per altri 12, e scortata da queste due colonne delle lunghe distanze, è riuscita ad abbassare il suo personale di 40 minuti e ad arrivare al traguardo ancora più bella, se possibile, di come è partita.E dopo, birra e pub, patatine e risate, come una gita scolastica a 18 anni, come riesci a fare solo con gli amici veri; come puoi essere a tuo agio solamente con persone che speravi di incontrare e che hai avuto la fortuna di conoscere e averl vicine, averle amiche, averle nella tua vita e sperare che ci rimangano per sempre.

A volte è necessario chiudere gli occhi per vedere l’impossibile .

Credo che sia necessaria una buona dose di incoscienza per cimentarsi in una gara come la San Gimignano – Volterra perchè, da qualsiasi lato la si guardi, è sempre una gara spaventosa: è impegnativa la distanza, è mostruoso il numero di chilometri di salita, è altrettanto impressionante il numero di chilometri di discesa.

Ho sempre saputo di essere un pò troppo coraggiosa, a volte, e di sfiorare la scelleratezza, in alcuni casi, ma questa volta mi sono superata nell’assecondare la proposta di due amici che probabilmente credono in me molto di più di quanto ci creda io.

Ho ceduto alla fiducia che nutro nei loro confronti e mi sono lasciata trasportare dalla curiosità, e dalla voglia di mettermi in gioco, senza pensare troppo e senza che quel pensiero che sporadicamente si affacciava alle pareti della mia mente impedisse al mio cervello di dire NO.

Se avessi riflettuto un pò di più sulla decisione di correre la San Gimignano Volterra, sicuramente avrei concluso che no, non ne sono all’altezza e non me la sento: avrei trovato cento scuse e altrettanti motivi, buoni motivi, per mandare loro due da soli a correrla.

Non ho pensato più di tanto: sapevo che non avevo i chilometri necessari sulle gambe, sapevo che faccio fatica a correre più di 20 km rispetto ad una gara veloce di 7, sapevo che c’era tanta salita e tanta discesa, ma me ne sono ampiamente fregata.

L’unica cosa a cui ho pensato è che se davvero l’avessi finita, e magari anche con un tempo accettabile, avrei conquistato molto di più di ciò che già avevo, e con molta meno fatica rispetto a quella che provo nel pormi sempre dei limiti.

Come ultimamente accade sempre, avevo Francesco al mio fianco, che ha impostato una tattica di gara perfetta, e sulla cui precisione non avevo il minimo dubbio.

Non ero agitata, non me lo so spiegare, ma una gara cosi lunga mi mette molta meno agitazione rispetto ad una sparata di 7 o di 10 chilometri, anche se al contrario richiede una maggiore tenuta di concentrazione: non tremavo, non pensavo, non correvo qua e là a fare allunghi, non stressavo Francesco con domande inutili dettate solo dall’ansia.

I primi 5 km sono stati in discesa, geograficamente parlando naturalmente: discesa a tratti ripida, asfaltata e quindi ancora più impattante sui muscoli che avrebbero dovuto correre altri 25 chilometri di cui più della metà in salita.

Siamo partiti piano, frenati, senza sforzo, ma con una attenta concentrazione a correre quanto più in economia possibile: un tratto di strada in piano e si inizia al 6° chilometro la salita: in un bosco bagnato e ventoso, dietro a Francesco e alla sua maestria, ho aggredito quelle strade sterrate con una calma e una risolutezza che non credevo mie.

Salivo e vivevo, salivo e prendevo coscienza: le gambe andavano, erano leggere nonostante l’affaticamento muscolare si facesse sempre più incalzante; al 15° la salita termina, quella di 10 chilometri ininterrotta, e si inizia a scollinare, e li ho cercato respiro, e l’ho trovato. Ho avuto crampi all’intestino, ma li ho superati: per il resto non ho sentito nè un dolore, nè uno strappo, nè il fiatone di cui temevo l’arrivo.

A 11 chilometri dalla fine dovevamo distendere le gambe e aumentare l’ampiezza della falcata, sciogliere le contrazioni muscolari e mentali e iniziare a correre: Francesco ha iniziato ad incalzare l’incitamento, non mollava mai, mi ha parato dal vento, mi ha riempito la borraccia, mi ha brontolato ove necessario e si è complimentato se ne avevo bisogno.

Ad un certo punto della gara ho capito che la fatica era arrivata: al 22° chilometro è iniziata la fase più dura, nella quale si scendeva e si saliva dalla giostra, dove iniziavo ad essere davvero sola con la mia fatica e in quel momento ho realizzato che stavo correndo al di là dei 21 chilometri.

Mi sono fatta convincere dal mio amico carissimo che non avrei dovuto mollare ma anzi, anche se era diffcile perchè tutto il mio corpo era un dolore, dovevo incalzare e correre con il cuore e con la testa, lasciarmi trasportare dalla consapevolezza che ce la stavo facendo, che quel limite era quasi oltrepassato e che solo con le mie forze e con il mio cervello e con il mio cuore stavo andando al di là di ciò che credevo impossibile: ho chiuso gli occhi e l’ho visto, il mio traguardo.

Adesso era mio, non lo era mai stato fino a quel momento, era troppo lunga e troppo difficile questa gara per essere mia, ma adesso lo era!

Al 4° chilometro dalla fine è arrivato il momento in cui davvero non ce la facevo più: c’era da prendere l’atleta davanti a me, in 8a posizione, che era davvero stanca e su cui avevo recuperato 200 mt in 3 chilometri di sali e scendi: lei si girava, mi controllava, e io urlavo a Francesco che l’avrei ripresa, si, come voleva lui.

Ma la salita lunga e senza soste che porta alla porta di San Matteo mi ha distrutto definitivamente: erano ancora troppi – nonostante fossero solo 40 – i metri che mi distanziavano dall’atleta davanti a me, e quando, varcata la porta, la salita si è fatta più ripida, avevo terminato anche l’ultimo spicchio di energia per poter respirare. Sono passata sotto al traguardo e ho chiuso gli occhi: ho visto e abbracciato l’impossibile, che si è materializzato tra le mie braccia ed è diventato realtà.

Un nono posto sperato, un tempo di 2h e 45 minuti inaspettato, che poco importano di fronte alla compiuta consalevolezza che nella vita io posso, tutti possono, voi potete, correre verso l’impossibile e usare le vostre forze per trasformarlo in realtà.

L’immancabile presenza.

Correre in trasferta ha sempre il suo fascino: strade che non conosci, profumi inaspettati, scorci che ti costringono a rallentare il passo e percorsi senza ricordi. Ad ogni passo puoi scegliere di pensare a cosa vuoi perché nessuno di quei luoghi è legato ad una persona, ad un avvenimento, ad una risata o ad un pensiero triste. Sei ancora più libero nell’espressione del pensiero, puoi inventare storie fantastiche di draghi e principesse che si amano sul Sile come dei cigni inaspettatamente bianchi.

Stamani mi sono svegliata alle 6 e sono andata a correre alle 7 per fare un lungo. Domenica ho un obiettivo che credo sia abbastanza per me, forse troppo, ma se voglio almeno provarci devo mettere su un po’ più di km, almeno per aggiungere un mattoncino alla mia scarsa autostima.

I miei Forrest erano a Ponsacco, quasi tutti, che stavano per correre alla classica corsa non competitiva del circuito Pisano: sono partita e li ho pensati.

Ho messo la musica alle orecchie perché forse le note arricciate delle ultime hit avrebbero attenuato la mancanza che di loro sentivo. Ha funzionato in parte, perché al 5° km ho pensato che non ce l’avrei fatta, che la noia era al prossimo bivio e avrei dovuto scegliere, se perdermi nella musica e nella tenacia che mi costradistingue, o tornare indietro e guardare le foto che sicuramente avrebbero messo sul gruppo whats up.

Ho deciso di continuare, di godermi il paesaggio, perché dovevo correre, perché volevo correre, perché loro stavano correndo, perché Francesco stava aspettando di sapere com’era andata, perché domenica vorrei correre quella corsa.

Allora ho guardato il paesaggio, così umido e perfetto, così preciso e pianeggiante, così diverso da quello che mi aspetterà domenica : ho attraversato stati d’animo diversi tra loro, guidata dalle canzoni che si davano il cambio cercando di far salire sempre più in alto l’altalena delle miei emozioni.

Al 10° km sono tornata indietro, cercando di ripercorrere le vie che mi avrebbero riportato a casa di mia sorella: ci sono quasi riuscita, ma al 18° ho deciso che avrei continuato fino al 21°, ricercando un po’ di progressione. Sono andata verso la Ghirada – per chi non è pratico di Treviso, la Ghirada è un parco “sportivo” di proprietà Benetton, dove ha sede la famosa squadra di rugby – e sono tornata ancora indietro, e senza fiatone e senza troppa spinta ho chiuso l’ultimo km a 4.30.

Ho guardato il cellulare e dopo pochi minuti siete apparsi voi, con i vostri sorrisi, tanti sorrisi, tente facce, tutte amiche, un feedback positivo alla mia anima, una sensazione di compagnia in assenza di voi che solo con i veri amici si può sentire.

Quando so che per un weekend non potrò correre con voi so già prima che il sabato inizi, che mi mancherete, ma ogni volta è sorprendente quanto mi Mancate, quanto tornare al lavoro il lunedì sia faticoso senza aver condiviso con voi la fatica e le risate. Forse sono io troppo sentimentale e sensibile, forse siete talmente tanto per me che mi sbalordisco ad ogni passo in più, ma se riuscite a creare un me certe emozioni, non può essere un sogno, e nemmeno un bluff.

Buona domenica Forrest, e grazie per essere stati con me anche oggi, a 300 km di distanza.

Sei la strada che porta alla vita…

Oggi I Forrest Run si sono separati per gareggiare in posti diversi, ma pur sempre legati da quel filo invisibile che ognuno di noi sente e che, nonostante l’invisibilita, solo guardandoci tutti possono vedere.

In una bellissima giornata soleggiata di ottobre, tra le foglie che iniziano a lasciarsi andare a terra e l’umidità che resta di una notte sognata, ognuno di noi ha scelto la propria gara, in base a ciò che gli è più congeniale o a ciò che gli piace di più.

Simone è andato a Sestri Levante a correre la Anderson Run, una competitiva di 7 miglia da favola, nella quale si è tolto delle belle soddisfazioni, mettendo a frutto gli allenamenti fatti durante le corse mattutine, i massaggi e i consigli nei pomeriggi in compagnia.

Elisa, Alessandro e Francesco hanno scelto Montecatini Terme, la Avis Run, una spettacolare 10 km competitiva che dalle Terme della Salute raggiunge, con ripide salite, le colline pianeggianti appena sotto a Montecatini Alto. Uno scenario mozzafiato per una gara che ha dato ottimi risultati, vedendo Alessandro vittorioso e Elisa seconda assoluta, con un Francesco che per la seconda volta si è cimentato nel ruolo di ottima lepre e allenatore della nostra amica.

A Castelfranco di Sotto le camminatrici e altri corridori dei Forrest hanno affrontato il percorso sempre duro del Trofeo Pisano, riuscendo anche a correre 30 km. Francesca, Cristina, Elisabetta, Federico, Giorgio, Cristiana ed altri degni rappresentanti dei Forrest sono riusciti a portare una notevole compagine del gruppo sulle colline pisane: è bello vedere che i Forrest riescono sempre ad essere presenti anche alle gare non competitive, perché lo spirito della corsa vive anche in chi per un giorno non ha voglia di confrontarsi con la competizione.

Per finire, a Lammari una bella fetta di grandi atleti hs partecipato alla 10k organizzata in occasione della “Maratonina del Campanone”, una Mezza Maratona molto veloce che si snoda su 3 giri da 7 km ciascuno. Maurizio L., Alice, Claudio, Matteo, Maurizio B. e Mauro hanno disputato la 10 km, mettendo a frutto i duri allenamenti a cui si sono sottoposti negli ultimi mesi; Mario, l’eterno consigliere e ever green della Corsa, e Silvia, la super sorridente atleta, si sino cimentati nella 21 km, distanza sempre a loro molto congeniale. Hanno riportato a casa premi e soddisfazioni, sorrisi ed esperienza.

Una domenica come tante, una domenica di sport, di quelle come piacciono a noi. I Forrest sono questo: sono libertà, sono vita che scorre tra le falcate di un allenamento e uno sprint di un finale di gara; sono amicizia e lealtà, aiuto reciproco e sacrificio.

All’interno dei Forrest ho trovato, in piccolo, ciò che mi piacerebbe sentire nella società, nei piccoli gruppi e micro-mondi in cui ognuno di noi si trova ad essere inserito: il lavoro, la scuola e lo sport dei propri figli, la famiglia. Un sentimento, inteso come “sentire” (gli inglesi hanno un termine adatto per esprimere questo concetto, feeling) che non risente delle invidie, della gelosia, della rivalità: un gruppo di persone unite da una passione che crea positività, che ci porta a sorridere anche quando non ne avremmo voglia, anche quando tutto al di fuori di quella cerchia di uomini e donne che ormai si chiamano Forrest, va come non vorresti. Un piccolo angolo nel cuore di ognuno di noi, che fa pulsare il nostro sangue via nelle vene e nelle arterie e che ci rende VIVI.

Continuate a portare le vostre gambe ei vostri cuori in giro, portate il nome dei Forrest Run in giro per le corse della Toscana: solo così potrete portare sorrisi a chi non ne ha più, voglia di vivere a chi l’ha persa e energia a chi si sente spento.

Il mondo è (anche) altrove.

Quando ero un’adolescente mio padre per lavoro girava il mondo visitando paesi poveri o meno poveri, come il Messico, India, Cina, Corea, Thailandia, Iran, Etiopia, Turchia e ogni volta che tornava ci raccontava ciò che aveva visto e le persone che aveva incontrato, e concludeva ogni suo racconto con la frase: “vorrei portarvi con me perché possiate vedere coi vostri occhi quante cose NON hanno che voi date per scontato”. Le foto che ci faceva vedere dopo averle sviluppate non restituivano appieno la realtà di ciò che ci raccontava, quella realtà che solo l’occhio umano avrebbe potuto capire.

Mio padre ha visitato luoghi che non possono essere identificati come i più poveri del mondo, in un momento storico in cui molte guerre intestine ancora non erano scoppiate e in alcune nazioni si viveva ancora la pace; nonostante ciò il gap tra la nostra realtà e quella che lui vedeva era già ampio, pieno di NON, pieno di differenze abissali, di persone che vivevano con poco, pochissimo. Un gap che noi, adolescenti di allora, a Staffoli, in una bella casa, non sentivamo.

Negli anni il mondo è cambiato, quelle lotte intestine che 25 anni fa erano marginali o inesistenti in alcuni paesi, sono scoppiate come un frutto troppo maturo, e in alcuni paesi sono scoppiate vere e proprie guerre: le frontiere sono cambiate, i porti hanno assunto un altro significato, i potenti sono ancora più potenti perché invischiati in una guerra puttana, come tutte le guerre.

L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo lontano tra loro, nel quale si sono inserite le politiche arriviste e spregiudicate di paesi al vertice del mondo, e le religioni estremiste che sostituiscono l’umana coscienza del vivere.

Se mio padre andasse adesso in alcuni di quei paesi che ha visitato molti anni fa, credo che tornerebbe sconcertato più di quanto tornasse nel 1996, o nel 1998.

La forbice economica sociale si è allargata, così come in Italia, anche negli altri paesi, e i ricchi sono sempre più ricchi, e spesso potenti, e i poveri sono sempre più poveri. La situazione economica, sociale e le condizioni di vita sono peggiorate e la televisione e il cyber mondo hanno permesso che si potesse conoscere e sapere che c è un mondo, altrove. Così come gli slavi hanno attraversato l’Adriatico negli anni ’90 dello scorso secolo perché non riuscivano più a vivere nel loro paese e speravano nelle condizioni migliori del paese di fronte, così adesso dall’ Africa subsahariana principalmente e dall’ Afghanistan e Pakistan uomini, donne e bambini, qualsiasi essere umano che voglia vivere scappa, prova ad attraversare la bocca del Mediterraneo per arrivare in Italia e per poter vivere, lo ripeto.

Sto leggendo un libro che mi sta mettendo duramente alla prova, perché racconta le storie di sopravvissuti ai numerosi naufragi nel Nostro mare, spesso narrando avvenimenti che altrimenti non avremo conosciuto. Naufragi davanti alle coste libiche, naufragi voluti, naufragi accaduti, ma sempre tragici e inenarrabili. Persone come noi, che sono nate in un altro mondo, altrove, e che non riescono a vivere, che sono sottoposti a torture e devono soggiacere a situazioni belliche continue, che hanno figli, uguali ai nostri, ai quali non possono assicurare nemmeno un piatto di riso al giorno. Quale genitore non cercherebbe di dare un futuro, anche uno solo, al proprio figlio?

Questa volta ho esulato dall’argomento corsa, ho voluto parlarvi di altro, perché possiate pensare , ogni volta che vi allacciate le scarpe e salite in auto per venire al Murales, che siete fortunati.

Pensatelo sempre, non lasciate passare un giorno senza rivolgere un pensiero a chi vive un un mondo, altrove, dove non c’è niente. Dove la corsa serve per scappare o per arrivare prima di un altro al pozzo per riempire il secchio che non ti farà morire.