Metti un giorno a Firenze

Ognuno di noi ha un sogno, e forse c’è anche chi ne ha più di uno. Anche se gli anni passano e alcuni sogni si sono realizzati, questo non esclude che possiamo averne altri, e magari realizzarli. L’età non è un ostacolo alla felicità. Avere dei desideri e cercare di realizzarli ci concede il lusso di impegnarci per renderli veri.Oggi a Firenze ho assistito ad uno spettacolo così emozionante da farmi piangere più volte; oggi ho vissuto una giornata di sport e soprattutto di amicizia come poche volte succede nella vita.A me quest’anno è già accaduto due volte, ed ancora manca più di un mese alla fine del 2019: mi sento molto ricca, perché ci sono persone che mai hanno avuto questa fortuna.Stamani Federico e Cristiana correvano la Maratona di Firenze: per lui era la prima, per lei la 7°, ma era come se fosse la prima, vista l’accuratezza con cui l’aveva preparata.Fede è una persona speciale, uno di quei ragazzi che non ha bisogno di tante parole, né intorno né addosso: il suo sguardo parla da solo, I suoi atteggiamenti ispirano serietà e dolcezza, le sue azioni trasmettono completezza e intelligenza. 6 mesi fa gli promisi che oggi sarei stata al suo fianco ad affrontare questa sfida, e che non mi sarei mai tirata indietro: conosco i suoi trascorsi, conosco ciò che ha sopportato nell’ultimo anno e ho sofferto con lui ogni volta che la sorte sembrava remargli contro. Sapevo il valore che questa maratona aveva per lui, il significato di riuscire a tagliare quel traguardo in Piazza del Duomo: sapevo tutto, e per questo oggi ero lì, al 5° km, al 12°, al 17° e al traguardo, ad urlare il suo nome piangendo mentre gli passavo la maglietta con una dedica speciale. Lui oggi è stato il mio eroe, da oggi tu sei il mio eroe, Fede, e racconterò ai miei figli questa favola come il più bel libro a lieto fine.Cristiana è una donna con le palle: è una donna che dello sport ha fatto un modus vivendi e che riesce a portare avanti le sue idee e le sue convinzioni con una dolce risolutezza che ti fa pensare solo di voler essere anche solo un pochino come lei. Corre da anni, e da uno con noi, e di maratone ne aveva già fatte 6, oltre ad 1 passatore, ma mai le aveva preparate con dedizione e serietà, seguendo allenamenti precisi studiati per lei, ed eseguiti con un gruppo di amici che sempre l’ hanno sostenuta. Oggi ha avuto Francesco – cerottino accanto a lei per 37 km, e Mario per altri 12, e scortata da queste due colonne delle lunghe distanze, è riuscita ad abbassare il suo personale di 40 minuti e ad arrivare al traguardo ancora più bella, se possibile, di come è partita.E dopo, birra e pub, patatine e risate, come una gita scolastica a 18 anni, come riesci a fare solo con gli amici veri; come puoi essere a tuo agio solamente con persone che speravi di incontrare e che hai avuto la fortuna di conoscere e averl vicine, averle amiche, averle nella tua vita e sperare che ci rimangano per sempre.

A volte è necessario chiudere gli occhi per vedere l’impossibile .

Credo che sia necessaria una buona dose di incoscienza per cimentarsi in una gara come la San Gimignano – Volterra perchè, da qualsiasi lato la si guardi, è sempre una gara spaventosa: è impegnativa la distanza, è mostruoso il numero di chilometri di salita, è altrettanto impressionante il numero di chilometri di discesa.

Ho sempre saputo di essere un pò troppo coraggiosa, a volte, e di sfiorare la scelleratezza, in alcuni casi, ma questa volta mi sono superata nell’assecondare la proposta di due amici che probabilmente credono in me molto di più di quanto ci creda io.

Ho ceduto alla fiducia che nutro nei loro confronti e mi sono lasciata trasportare dalla curiosità, e dalla voglia di mettermi in gioco, senza pensare troppo e senza che quel pensiero che sporadicamente si affacciava alle pareti della mia mente impedisse al mio cervello di dire NO.

Se avessi riflettuto un pò di più sulla decisione di correre la San Gimignano Volterra, sicuramente avrei concluso che no, non ne sono all’altezza e non me la sento: avrei trovato cento scuse e altrettanti motivi, buoni motivi, per mandare loro due da soli a correrla.

Non ho pensato più di tanto: sapevo che non avevo i chilometri necessari sulle gambe, sapevo che faccio fatica a correre più di 20 km rispetto ad una gara veloce di 7, sapevo che c’era tanta salita e tanta discesa, ma me ne sono ampiamente fregata.

L’unica cosa a cui ho pensato è che se davvero l’avessi finita, e magari anche con un tempo accettabile, avrei conquistato molto di più di ciò che già avevo, e con molta meno fatica rispetto a quella che provo nel pormi sempre dei limiti.

Come ultimamente accade sempre, avevo Francesco al mio fianco, che ha impostato una tattica di gara perfetta, e sulla cui precisione non avevo il minimo dubbio.

Non ero agitata, non me lo so spiegare, ma una gara cosi lunga mi mette molta meno agitazione rispetto ad una sparata di 7 o di 10 chilometri, anche se al contrario richiede una maggiore tenuta di concentrazione: non tremavo, non pensavo, non correvo qua e là a fare allunghi, non stressavo Francesco con domande inutili dettate solo dall’ansia.

I primi 5 km sono stati in discesa, geograficamente parlando naturalmente: discesa a tratti ripida, asfaltata e quindi ancora più impattante sui muscoli che avrebbero dovuto correre altri 25 chilometri di cui più della metà in salita.

Siamo partiti piano, frenati, senza sforzo, ma con una attenta concentrazione a correre quanto più in economia possibile: un tratto di strada in piano e si inizia al 6° chilometro la salita: in un bosco bagnato e ventoso, dietro a Francesco e alla sua maestria, ho aggredito quelle strade sterrate con una calma e una risolutezza che non credevo mie.

Salivo e vivevo, salivo e prendevo coscienza: le gambe andavano, erano leggere nonostante l’affaticamento muscolare si facesse sempre più incalzante; al 15° la salita termina, quella di 10 chilometri ininterrotta, e si inizia a scollinare, e li ho cercato respiro, e l’ho trovato. Ho avuto crampi all’intestino, ma li ho superati: per il resto non ho sentito nè un dolore, nè uno strappo, nè il fiatone di cui temevo l’arrivo.

A 11 chilometri dalla fine dovevamo distendere le gambe e aumentare l’ampiezza della falcata, sciogliere le contrazioni muscolari e mentali e iniziare a correre: Francesco ha iniziato ad incalzare l’incitamento, non mollava mai, mi ha parato dal vento, mi ha riempito la borraccia, mi ha brontolato ove necessario e si è complimentato se ne avevo bisogno.

Ad un certo punto della gara ho capito che la fatica era arrivata: al 22° chilometro è iniziata la fase più dura, nella quale si scendeva e si saliva dalla giostra, dove iniziavo ad essere davvero sola con la mia fatica e in quel momento ho realizzato che stavo correndo al di là dei 21 chilometri.

Mi sono fatta convincere dal mio amico carissimo che non avrei dovuto mollare ma anzi, anche se era diffcile perchè tutto il mio corpo era un dolore, dovevo incalzare e correre con il cuore e con la testa, lasciarmi trasportare dalla consapevolezza che ce la stavo facendo, che quel limite era quasi oltrepassato e che solo con le mie forze e con il mio cervello e con il mio cuore stavo andando al di là di ciò che credevo impossibile: ho chiuso gli occhi e l’ho visto, il mio traguardo.

Adesso era mio, non lo era mai stato fino a quel momento, era troppo lunga e troppo difficile questa gara per essere mia, ma adesso lo era!

Al 4° chilometro dalla fine è arrivato il momento in cui davvero non ce la facevo più: c’era da prendere l’atleta davanti a me, in 8a posizione, che era davvero stanca e su cui avevo recuperato 200 mt in 3 chilometri di sali e scendi: lei si girava, mi controllava, e io urlavo a Francesco che l’avrei ripresa, si, come voleva lui.

Ma la salita lunga e senza soste che porta alla porta di San Matteo mi ha distrutto definitivamente: erano ancora troppi – nonostante fossero solo 40 – i metri che mi distanziavano dall’atleta davanti a me, e quando, varcata la porta, la salita si è fatta più ripida, avevo terminato anche l’ultimo spicchio di energia per poter respirare. Sono passata sotto al traguardo e ho chiuso gli occhi: ho visto e abbracciato l’impossibile, che si è materializzato tra le mie braccia ed è diventato realtà.

Un nono posto sperato, un tempo di 2h e 45 minuti inaspettato, che poco importano di fronte alla compiuta consalevolezza che nella vita io posso, tutti possono, voi potete, correre verso l’impossibile e usare le vostre forze per trasformarlo in realtà.

L’immancabile presenza.

Correre in trasferta ha sempre il suo fascino: strade che non conosci, profumi inaspettati, scorci che ti costringono a rallentare il passo e percorsi senza ricordi. Ad ogni passo puoi scegliere di pensare a cosa vuoi perché nessuno di quei luoghi è legato ad una persona, ad un avvenimento, ad una risata o ad un pensiero triste. Sei ancora più libero nell’espressione del pensiero, puoi inventare storie fantastiche di draghi e principesse che si amano sul Sile come dei cigni inaspettatamente bianchi.

Stamani mi sono svegliata alle 6 e sono andata a correre alle 7 per fare un lungo. Domenica ho un obiettivo che credo sia abbastanza per me, forse troppo, ma se voglio almeno provarci devo mettere su un po’ più di km, almeno per aggiungere un mattoncino alla mia scarsa autostima.

I miei Forrest erano a Ponsacco, quasi tutti, che stavano per correre alla classica corsa non competitiva del circuito Pisano: sono partita e li ho pensati.

Ho messo la musica alle orecchie perché forse le note arricciate delle ultime hit avrebbero attenuato la mancanza che di loro sentivo. Ha funzionato in parte, perché al 5° km ho pensato che non ce l’avrei fatta, che la noia era al prossimo bivio e avrei dovuto scegliere, se perdermi nella musica e nella tenacia che mi costradistingue, o tornare indietro e guardare le foto che sicuramente avrebbero messo sul gruppo whats up.

Ho deciso di continuare, di godermi il paesaggio, perché dovevo correre, perché volevo correre, perché loro stavano correndo, perché Francesco stava aspettando di sapere com’era andata, perché domenica vorrei correre quella corsa.

Allora ho guardato il paesaggio, così umido e perfetto, così preciso e pianeggiante, così diverso da quello che mi aspetterà domenica : ho attraversato stati d’animo diversi tra loro, guidata dalle canzoni che si davano il cambio cercando di far salire sempre più in alto l’altalena delle miei emozioni.

Al 10° km sono tornata indietro, cercando di ripercorrere le vie che mi avrebbero riportato a casa di mia sorella: ci sono quasi riuscita, ma al 18° ho deciso che avrei continuato fino al 21°, ricercando un po’ di progressione. Sono andata verso la Ghirada – per chi non è pratico di Treviso, la Ghirada è un parco “sportivo” di proprietà Benetton, dove ha sede la famosa squadra di rugby – e sono tornata ancora indietro, e senza fiatone e senza troppa spinta ho chiuso l’ultimo km a 4.30.

Ho guardato il cellulare e dopo pochi minuti siete apparsi voi, con i vostri sorrisi, tanti sorrisi, tente facce, tutte amiche, un feedback positivo alla mia anima, una sensazione di compagnia in assenza di voi che solo con i veri amici si può sentire.

Quando so che per un weekend non potrò correre con voi so già prima che il sabato inizi, che mi mancherete, ma ogni volta è sorprendente quanto mi Mancate, quanto tornare al lavoro il lunedì sia faticoso senza aver condiviso con voi la fatica e le risate. Forse sono io troppo sentimentale e sensibile, forse siete talmente tanto per me che mi sbalordisco ad ogni passo in più, ma se riuscite a creare un me certe emozioni, non può essere un sogno, e nemmeno un bluff.

Buona domenica Forrest, e grazie per essere stati con me anche oggi, a 300 km di distanza.

Sei la strada che porta alla vita…

Oggi I Forrest Run si sono separati per gareggiare in posti diversi, ma pur sempre legati da quel filo invisibile che ognuno di noi sente e che, nonostante l’invisibilita, solo guardandoci tutti possono vedere.

In una bellissima giornata soleggiata di ottobre, tra le foglie che iniziano a lasciarsi andare a terra e l’umidità che resta di una notte sognata, ognuno di noi ha scelto la propria gara, in base a ciò che gli è più congeniale o a ciò che gli piace di più.

Simone è andato a Sestri Levante a correre la Anderson Run, una competitiva di 7 miglia da favola, nella quale si è tolto delle belle soddisfazioni, mettendo a frutto gli allenamenti fatti durante le corse mattutine, i massaggi e i consigli nei pomeriggi in compagnia.

Elisa, Alessandro e Francesco hanno scelto Montecatini Terme, la Avis Run, una spettacolare 10 km competitiva che dalle Terme della Salute raggiunge, con ripide salite, le colline pianeggianti appena sotto a Montecatini Alto. Uno scenario mozzafiato per una gara che ha dato ottimi risultati, vedendo Alessandro vittorioso e Elisa seconda assoluta, con un Francesco che per la seconda volta si è cimentato nel ruolo di ottima lepre e allenatore della nostra amica.

A Castelfranco di Sotto le camminatrici e altri corridori dei Forrest hanno affrontato il percorso sempre duro del Trofeo Pisano, riuscendo anche a correre 30 km. Francesca, Cristina, Elisabetta, Federico, Giorgio, Cristiana ed altri degni rappresentanti dei Forrest sono riusciti a portare una notevole compagine del gruppo sulle colline pisane: è bello vedere che i Forrest riescono sempre ad essere presenti anche alle gare non competitive, perché lo spirito della corsa vive anche in chi per un giorno non ha voglia di confrontarsi con la competizione.

Per finire, a Lammari una bella fetta di grandi atleti hs partecipato alla 10k organizzata in occasione della “Maratonina del Campanone”, una Mezza Maratona molto veloce che si snoda su 3 giri da 7 km ciascuno. Maurizio L., Alice, Claudio, Matteo, Maurizio B. e Mauro hanno disputato la 10 km, mettendo a frutto i duri allenamenti a cui si sono sottoposti negli ultimi mesi; Mario, l’eterno consigliere e ever green della Corsa, e Silvia, la super sorridente atleta, si sino cimentati nella 21 km, distanza sempre a loro molto congeniale. Hanno riportato a casa premi e soddisfazioni, sorrisi ed esperienza.

Una domenica come tante, una domenica di sport, di quelle come piacciono a noi. I Forrest sono questo: sono libertà, sono vita che scorre tra le falcate di un allenamento e uno sprint di un finale di gara; sono amicizia e lealtà, aiuto reciproco e sacrificio.

All’interno dei Forrest ho trovato, in piccolo, ciò che mi piacerebbe sentire nella società, nei piccoli gruppi e micro-mondi in cui ognuno di noi si trova ad essere inserito: il lavoro, la scuola e lo sport dei propri figli, la famiglia. Un sentimento, inteso come “sentire” (gli inglesi hanno un termine adatto per esprimere questo concetto, feeling) che non risente delle invidie, della gelosia, della rivalità: un gruppo di persone unite da una passione che crea positività, che ci porta a sorridere anche quando non ne avremmo voglia, anche quando tutto al di fuori di quella cerchia di uomini e donne che ormai si chiamano Forrest, va come non vorresti. Un piccolo angolo nel cuore di ognuno di noi, che fa pulsare il nostro sangue via nelle vene e nelle arterie e che ci rende VIVI.

Continuate a portare le vostre gambe ei vostri cuori in giro, portate il nome dei Forrest Run in giro per le corse della Toscana: solo così potrete portare sorrisi a chi non ne ha più, voglia di vivere a chi l’ha persa e energia a chi si sente spento.

Il mondo è (anche) altrove.

Quando ero un’adolescente mio padre per lavoro girava il mondo visitando paesi poveri o meno poveri, come il Messico, India, Cina, Corea, Thailandia, Iran, Etiopia, Turchia e ogni volta che tornava ci raccontava ciò che aveva visto e le persone che aveva incontrato, e concludeva ogni suo racconto con la frase: “vorrei portarvi con me perché possiate vedere coi vostri occhi quante cose NON hanno che voi date per scontato”. Le foto che ci faceva vedere dopo averle sviluppate non restituivano appieno la realtà di ciò che ci raccontava, quella realtà che solo l’occhio umano avrebbe potuto capire.

Mio padre ha visitato luoghi che non possono essere identificati come i più poveri del mondo, in un momento storico in cui molte guerre intestine ancora non erano scoppiate e in alcune nazioni si viveva ancora la pace; nonostante ciò il gap tra la nostra realtà e quella che lui vedeva era già ampio, pieno di NON, pieno di differenze abissali, di persone che vivevano con poco, pochissimo. Un gap che noi, adolescenti di allora, a Staffoli, in una bella casa, non sentivamo.

Negli anni il mondo è cambiato, quelle lotte intestine che 25 anni fa erano marginali o inesistenti in alcuni paesi, sono scoppiate come un frutto troppo maturo, e in alcuni paesi sono scoppiate vere e proprie guerre: le frontiere sono cambiate, i porti hanno assunto un altro significato, i potenti sono ancora più potenti perché invischiati in una guerra puttana, come tutte le guerre.

L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo lontano tra loro, nel quale si sono inserite le politiche arriviste e spregiudicate di paesi al vertice del mondo, e le religioni estremiste che sostituiscono l’umana coscienza del vivere.

Se mio padre andasse adesso in alcuni di quei paesi che ha visitato molti anni fa, credo che tornerebbe sconcertato più di quanto tornasse nel 1996, o nel 1998.

La forbice economica sociale si è allargata, così come in Italia, anche negli altri paesi, e i ricchi sono sempre più ricchi, e spesso potenti, e i poveri sono sempre più poveri. La situazione economica, sociale e le condizioni di vita sono peggiorate e la televisione e il cyber mondo hanno permesso che si potesse conoscere e sapere che c è un mondo, altrove. Così come gli slavi hanno attraversato l’Adriatico negli anni ’90 dello scorso secolo perché non riuscivano più a vivere nel loro paese e speravano nelle condizioni migliori del paese di fronte, così adesso dall’ Africa subsahariana principalmente e dall’ Afghanistan e Pakistan uomini, donne e bambini, qualsiasi essere umano che voglia vivere scappa, prova ad attraversare la bocca del Mediterraneo per arrivare in Italia e per poter vivere, lo ripeto.

Sto leggendo un libro che mi sta mettendo duramente alla prova, perché racconta le storie di sopravvissuti ai numerosi naufragi nel Nostro mare, spesso narrando avvenimenti che altrimenti non avremo conosciuto. Naufragi davanti alle coste libiche, naufragi voluti, naufragi accaduti, ma sempre tragici e inenarrabili. Persone come noi, che sono nate in un altro mondo, altrove, e che non riescono a vivere, che sono sottoposti a torture e devono soggiacere a situazioni belliche continue, che hanno figli, uguali ai nostri, ai quali non possono assicurare nemmeno un piatto di riso al giorno. Quale genitore non cercherebbe di dare un futuro, anche uno solo, al proprio figlio?

Questa volta ho esulato dall’argomento corsa, ho voluto parlarvi di altro, perché possiate pensare , ogni volta che vi allacciate le scarpe e salite in auto per venire al Murales, che siete fortunati.

Pensatelo sempre, non lasciate passare un giorno senza rivolgere un pensiero a chi vive un un mondo, altrove, dove non c’è niente. Dove la corsa serve per scappare o per arrivare prima di un altro al pozzo per riempire il secchio che non ti farà morire.

La Fo(r) restiera

Il mondo social può essere pieno di insidie, ma anche di piacevoli scoperte. Ed è stato proprio in un gruppo dedicato a chi ha corso o prepara il mitico Passatore che ho conosciuto Lorenzo, stimato professionista della zona di Varese, dove sono cresciuta io.
Nelle foto dei suoi allenamenti ho riconosciuto il lago, ben attrezzato con una pista ciclabile e i monti dove da piccola passeggiavo a cavallo.
Gli ho chiesto di allenarci insieme, qualche volta, se lui avesse rallentato il suo passo. Ci siamo conosciuti al buio, alla luce delle frontali, per condividere gli allenamenti mattutini. Io già centista, lui futuro centista pieno di curiosità ed emozione per questa prova.

Ho divagato – strano, sono solitamente così concisa – prima di arrivare al punto del racconto: ieri mi sono allenata con il suo gruppo.

Non è una cosa scontata: i gruppi tendono ad essere chiusi, abituati fra di loro, a custodire tecniche e tabelle.
Invece, sono stata subito accolta, anche se non sono al loro livello, guidata da un grandissimo coach. All’inizio ero un po’ timorosa, soprattutto avevo paura di rallentare il gruppo, di non essere all’altezza. Siamo partiti con il riscaldamento. Mi sono messa un po’ da sola, mi sono rilassata. Ho ascoltato le loro chiacchiere: il caldo, i tempi, il cibo e la birra. I discorsi erano gli stessi che facciamo noi. Le stesse scarpe. Canottiere uguali, con scritte diverse. L’inizio del tramonto sul Ticino. Ho pensato, in quel momento, che in fondo i runners sono in fondo un’entità unica. Cambiano gli accenti, cambiano le velocità, ma il cuore del runner non è solo forte e resistente, ma anche aperto ed accogliente.
Poi è partito l’allenamento vero e proprio: resistenza alla velocità. Ho smesso di pensare.

Cristiana Cettuzzi.

Un pony e il gioco è fatto.

Chissa quando potrò correre di nuovo.Queste sono le parole che mi frullano in testa continuamente, da ieri mattina. Non posso dire di essermi infortunata, posso solo raccontare che sono stata maldestramente calpestata dalla zampa di un pony spaventato, che saltando è atterrato sul mio piede scalzo, in acqua, disarcionando mia figlia che per fortuna ha fatto un innocuo e simpatico tuffo in mare.La giornata si era palesata divertente e istruttiva, in un ranch Corso immerso nella natura a pochi passi da una spiaggia sabbiosa: ai 4 bambini sono stati dati 4 pony apparentemente calmi – a quello di mio figlio più piccolo era stato dato il nome Tsunami, avrei dovuto forse essere preoccupata? – e un genitore doveva portare a spasso nel bosco e poi sulla spiaggia e in acqua il pony col figlio abbarbicato.L’istruttrice ci ha consigliato le scarpe chiuse per la passeggiata nel bosco, ma al momento di scendere in spiaggia, col suo intercalare italo-franco-spagnolo ci ha spiegato di restare in costume e ciabatte. Mai avrei pensato che forse sarebbero state adatte delle scarpe idro-anti-infortunistiche!Raggiungiamo la spiaggia, porto con me il cellulare per fare le foto (e quando mi ricapita di stare su una spiaggia corsa con mia figlia in costume su un pony in mezzo alle onde basse, stile matrimonio di Brooke e Ridge in Beautiful?!) inconsapevole che anche la nostra poliglotta istruttrice aveva con sé l’ultimo modello di smart phone con cui fare le foto ai nostri provetti cavallerizzi.Vabbè, ormai infilo il mio Huawei nel reggiseno del costume e procedo verso le piccole onde: Margot, la francese istruttrice, ci spiega di restare sempre dalla parte del mare. Spiegazione veloce e semplice, tanto quanto può sembrare l’azione di tenere il cavallo “a monte”, un po’ come nello sci. Più difficile invece sembra il riuscire a tenere Nala, la pony di mia figlia, dalla parte della sabbia: in un attimo infatti si volta col musetto verso il mare e lo sbatte contro un’onda più alta delle altre, ma pur sempre bassissima, considerando l’altezza del pony: come una ginnasta salta e si volta, atterrando con la sua zampa posteriore sul mio piede sinistro, nudo, e fragile. Mia figlia viene scaraventata giù dal suo dorso e con grazia si tuffa in mare: riemergendo è sbalordita, non sa se piangere o ridere, se essere arrabbiata o divertita, incrocia i miei occhi i quali un attimo prima avevano incrociato quelli del mio amico che mi stava gesticolando di non gridare dal dolore, di tacere la mia sofferenza. Ho preso Vittoria per mano, le ho chiesto se stava bene e mi sono messa a ridere: la resilienza fisica è una caratteristica da non sottovalutare, oltre a quella emotiva. Intanto il mio amico continuava a invitarmi a tacere, per non spaventare la bambina che ormai era estasiata ed era già rimontata in groppa alla sua macchina da guerra, non prima di pregarmi di lasciarle la mano, perché le stavo facendo male: stringevo le sue piccole dita con la stessa intensità con cui avrei voluto gridare e sedermi per leccarmi le ferite!Per fortuna la collega della poliglotta cavallerizza ha avuto il buon senso di sostituirmi alla guida della cavalla incriminata, cosicché ho potuto sedermi sul bagnasciuga per capire quanto male mi fossi fatta.Sono tornata al ranch zoppicando, ho immerso il piede in una shopping bag piena di cubetti di ghiaccio e ho bevuto un caffè francese ( mi sarei meritata un espresso, ma ormai domani torno a casa e vado da Emanuela e risolvo la questione). Mi hanno augurato una pronta guarigione e ci hanno salutati: io Nala non l’ho salutata, nonostante il mio amore per gli animali, capirete che un po’ di astio si era creato, tra di noi.Il pomeriggio è trascorso sulla spiaggia con un sacchetto di ghiaccio sul piede e l’aiuto della mia amica veterinaria che mi rassicurava toccando i due piedi e sostenendo che non c’erano fratture. Ritengo che abbia ragione, il piede non è molto gonfio: è solo emaciato e leggermente panzuto, ma tutto sommato non molto diverso dall’altro.Il passo però intercede zoppicante: domani tornerò sul continente e mi affiderò al responso di una macchina che vedrà dove l’occhio umano non arriva, ma il risultato non credo cambierà molto: la corsa sarà un miraggio per le prossime settimane, e non basterà un tè bollente a farmi passare il caldo della rabbia che sale al pensiero di non potermi allenare. Per fortuna ho il diversivo del nuoto, e per fortuna che dicono che lo scarico mi serve: ma nel frattempo io come riesco a mantenere il mio equilibrio?