Sognare è lecito.

Non è facile trovare un argomento di cui parlare o attorno al quale scrivere quando ci sembra di non avere niente da dire, quando si ha voglia di comunicare con gli altri ma non ci viene in mente niente di cui discutere o niente da chiedere.

Per abitudine però, o forse per necessità, sono sempre stata abituata a scrivere lo stesso, a prescindere da ciò che avessi da dire, perché le parole nascevano comunque, dalla mia penna. È un po’ come correre, può accadere che hai voglia di allenarti ma la tabella non c’è perché è estate e sei in ferie, e le gare sono finite, momentaneamente; indossi però le scarpe e parti lo stesso, e decidi che tutto verrà strada facendo. Il segreto è non porsi limiti o restrizioni, e nemmeno traguardi troppo impegnativi, affinché la frustrazione non finisca per schiacciarti.

Iniziare a correre, ogni volta, è un po’ come partire: a volte sai dove vai e con chi, altre volte no. I viaggi on the road sono sempre stati I miei preferiti, perché nascondevano in sé la consapevolezza dell’ignoto e della sorpresa, e soprattutto del non premeditato. Accendi il motore, o indossi le scarpe, imbocchi la strada che ti porterà via e ti stabilizzi su un’andatura che senti adatta all’esigenza momentanea. Non ci sono griglie a legarti, non ci sono tempi da rispettare, c è solo la libertà che il viaggio, e la corsa, ti trasmette.

Stamani ho fatto proprio cosi: ho percorso la strada tortuosa e spettacolare che porta a Cape Corse per poi decidere, dopo 5 km, di salire per una direzione che mi incuriosiva, e che non sapevo dove mi avrebbe portato, ma non mi importava niente. Ho visto cose che altrimenti non avrei nemmeno immaginato e mi sono lasciata portare dalle mie ragioni, e dai miei desideri.

Quante volte, nell’arco di una giornata, possiamo avere la fortuna di sentirci così, di avere tra le mani e stringere ciò che desideriamo?

Avrei voluto correre 20 km, stamani, ma la temperatura non era adatta ad una distanza del genere, senza acqua e sotto il sole. Mi sono limitata a 11 km, densi di felicità e di curiosità appagata.

Il mio viaggio di oggi non è durato molto ma mi è piaciuto, e mi ha fatto bene. E alla fine, anche senza premeditazione, è venuto fuori un buon allenamento.

E così come per i viaggi, e la corsa, alla fine ho scritto tanto. Perché c è sempre qualcosa da dire, perché vale sempre la pena provare a fare ciò che ci rende felici, e scrivere per me è una di queste attività.

Buone vacanze Forrest Run, vi penso spesso.

Le domeniche dense di malinconia.

Sono stanca.

Devo recuperare e sto recuperando piano piano del sonno arretrato che mi è venuto a mancare perché la sera vado a gareggiare e la mattina la sveglia suona lo stesso alle 6 per andare in ufficio.

E allora mi sono concessa di dormire nel pomeriggio, complice queste due giornate uggiose che hanno portato solo aria fresca, fuori.

Oggi però abbiamo corso, alla non competitiva di turno, durante una mattinata in cui ogni sensazione era annebbiata dalla stanchezza. E allora senza guardarti allo specchio, ti infili i pantaloncini e le scarpe e sali in macchina. Bevi l’ennesimo caffè e provi a diradare le nubi, incontri i tuoi amici e inizi a correre.

Meno male esistono, gli amici.

Meno male esistono, i boschi, la loro avvolgente libertà, i loro profumi di bambini sporchi, le loro salite sconnesse che ti obbligano a concentrare l’attenzione sul mettere un piede dietro l’altro per non cadere.

Meno male esiste il ristoro, almeno per la fame mattutina.

Meno male esiste la doccia, che lava via il fango dalle caviglie ma non l’odore del bosco.

E in un periodo in cui tutti stiamo partendo per le vacanze estive, la malinconia, nonostante il bosco e nonostante la doccia, si affaccia e fa il suo gioco, sporco ma sincero. Ti dice cose che non vuoi sentire, e fuori intanto piove.

Accettare le sensazioni per quelle che sono e per come vengono, interpretarle e provare a tradurle. Non sempre fa male la malinconia, e a volte una domenica passata a non far niente e a lasciar andare i pensieri ha il suo perché. Siamo fatti di aria e di luce, di acqua e di emozioni: come possiamo rimanere inermi e inafferrabili all’ambiente, e a quello che ci trasmette?

Il segreto, se ce n’è uno, credo sia quello di accettare,ciò che viene, senza combatterlo ma guardandolo in faccia e provando a dargli la mano per conoscerlo meglio.

Il segreto, se ce n’è uno, credo sia quello di accettarsi, con le nostre deboli inesattezze, con le cattive giornate che prima o poi passano, con le nostre mancanze e le nostre esasperazione, e con i difetti altrui, se ne hanno.

Ma certo che ne hanno: gli altri siamo noi, come cantava Umberto Tozzi, intramontabile.

L’amicizia è una cosa seria.

Quando ero una ragazzina ascoltavo e adoravo Renato Zero: ero una tipica “sorcina” (per chi non conoscesse il termine adottato dal cantante romano, specifico che non si tratta di una baby Peppa Pig, ma piuttosto di un soprannome con cui Renato indicava i suoi fans ).

Ci riconoscevamo, non solo ai concerti, ma anche per strada, ai semafori, piuttosto che in biciletta: le sue non erano canzoni orecchiabili, erano capolavori della poesia, con cui accompagnava le note dettate da un’irrequitudine intrinseca e latente.

La passione per il camaleonte romano mi ha accompagnata fino alla metà del decennio dai 20 ai 30 anni, ma amavo più che altro le canzoni anni ’80, quelle dei tempi del Piper Club e dei suoi più stravaganti travestimenti: in quegli anni ha scritto, composto e cantato dei capolavori come “L’Equilibrista”, “Ha tanti cieli la luna”, “Manichini”, e la più conosciuta “Amico”.

Anche se in molti hanno scritto di amicizie vere o presunte tali, questo testo con la musica crescente e avvolgente, resta a mio parere il contenitore musicale e testuale del significato di amicizia.

Che fai se stai lì da solo

in due più azzurro è il tuo volo

Amico è bello

Amico è tutto, è l’eternità

E’ quello che non passa mentre tutto va”

Questa la strofa che mi piace di più.

Nonostante ciò che esprime Renato – l’infinitezza dell’amicizia e la sua eternità – può accadere che alcuni amici si perdano per strada, ma non per questo ritengo che non siano degni di essere chiamati tali. La vita è un lungo cammino, e così ci auguriamo che lo sia per tutti, e noi prima cresciamo, poi cambiamo e infine invecchiamo: durante queste fasi sentiamo la necessità di crescere, cambiare e invecchiare insieme ai nostri amici, o perlomeno con le stesse caratteristiche e priorità.

Tutto ciò non è scontato, ma se riusciamo a incontrare sulla nostra strada qualcuno che ha la capacità di correre con noi e dimostrare le stesse attitudini, non lasciamolo andare.

Tutt’altra cosa è incontrare degli amici lungo il nostro cammino quando già quelle amicizie puerili sono nate e a volte finite; quando la nostra vita ha un barlume di stabilità e concretezza, e noi siamo davvero NOI, con le nostre certezze a cui attaccarci e le nostre sicurezze economiche e affettive, può succedere di incontrare amici che ci assomigliano molto, e con i quali non servono molte parole, come poetava Rosalino, in arte Ron, a proposito, in quel caso, di un rapporto amoroso.

Ma dove sta, poi, in fondo, la differenza tra un rapporto di amicizia vero, autentico e devoto e un rapporto di coppia? La risposta la conosciamo, quella sfera sessuale e incorniciata dall’amore che fa sì che poi possiamo riprodurci e dare vita ad un nuovo amore permette di separare nettamente i due tipi di rapporti; le altre caratteristiche non sono poi così diverse.

La necessità di conoscere lo stato d’animo dell’altro, il bisogno di aiutarlo se se ne presenta il bisogno, di sostenerlo se sta per cadere o per spiccare il volo. L’altruismo e la capacità di giore per e con lui.

Per quanto mi riguarda, a parte la mia eterna amica del liceo e altre care amiche, le amicizie incontrate nell’ambito sportivo sono state forse quelle più forti e intense.

Gli amici della mia vita da atleta giovanile sono indelebili, anche se ormai lontane, ma la stretta condivsione degli allenamenti e di tutto ciò che comportavano, ha fatto sì che si creasse una conoscenza profonda ed empatica.

E a 38 anni questo sport meraviglioso mi ha permesso di conoscere delle persone che posso fieramente chiamare Amici, che mi hanno dato e mi stanno dando grande felicità.

In un momento di certezze emotive e di stabilità economiche, in un momento in cui posso sedermi e godere di quello che ho, ho ritrovato il significato della parola amicizia in persone sane e sincere con cui condividere la mia più grande passione.

La corsa ti mette a nudo: la sofferenza degli allenamenti, la consapevolezza della scelta di correre e di dedicare quel tempo che rimane dopo il lavoro e la famiglia, agli allenamenti, la condivisione della scelta di essere una mamma che lavora e che si allena, un padre che dopo il lavoro a tempo pieno scappa ad allenarsi, che si assenta per le gare ma che cerca sempre un compromesso per, come canta Renato, “camminare su una corda tesa”, in una vita in cui l’equilibrio ci aiuta a vivere: tutto questo permette di conoscersi a fondo, di scoprire le debolezze dell’altro e di creare uno spartiacque tra chi amico lo è e chi amico lo fa.

So che in molti, in tanti capirete le mie parole, perchè all’interno dei Forrest Run si sono create molte amicizie vere, all’interno dell’amicizia comune che ci lega tutti: è come se ognuno di noi avesse scelto le persone a cui si sente più simile e in cui si rispecchia, per instaurare uno dei rapporti più belli, che ti riscalda il cuore e ti fa sentire meno solo.

La storia di una vittoria.

Sono trascorsi 9 giorni dalla Pistoia Abetone del 30 giugno.

Ho aspettato a scrivere perchè volevo che le emozioni forti si placassero, e che le reali sensazioni e i reali pensieri si affacciassero alla mia mente, pronti per essere messi su carta.

Ho aspettato tanto questa gara, da quando Francesco mi disse al telefono che sarebbe stato solo a correrla, senza nessuna assistenza. Ero in auto, stavo andando al lavoro e sulla spinta dell’entusiasmo di vivere una gara a me sconosciuta e dell’amicizia che mi lega a lui ho detto: “Vengo io!”

Lui non ha cercato di dissuadermi, era solo preoccupato che non riuscissi, con la mia mountain bike, a percorrere quei 37 chilomteri che dividono Le Piastre dall’Abetone, dal traguardo.

La Pistoia Abetone è una gara che viene disputata da 40 anni e che si snoda da Piazza Duomo a Pistoia fino alle Piramidi dell’Abetone: è una delle più famose ultraMarathon d’Italia, vi partecipano i più forti ultratleti ed è uno spettacolo delle discipline di Endurance.

Le settimane che hanno preceduto la gara mi hanno aiutato a capire che con le mie sole forze non sarei riuscita a pedalare accanto a Francesco e ad aiutarlo nei rifornimenti e a dargli contemporaneamente il supporto psicologico di cui necessitava. Ho cosi deciso di noleggiare una E-Bike, una fantastica Bicicletta elettrica che ho testato 6 giorni prima sulla strada che da Bientina porta a Cascine di Buti accompagnando un altro fortissimo atleta del nostro gruppo, Alessandro, iscritto anche lui alla competizione.

É stata una scelta decisiva e vincente: pedalare è l’ultima preoccupazione che si ha in sella a questi mezzi.

Francesco intanto rifiniva i suoi ultimi allenamenti: l’arrivo del caldo torrido non ci ha aiutati nella preparazione, ma la sua tenacia e la sua determinazione gli hanno permesso di arrivare all’appuntamento del 30 giugno riposato ma molto allenato.

Ci siamo salutati il giorno prima al bar dove spesso ci incontriamo, dopo la corsa di beneficienza per la nostra amica Letizia: c’era anche Francesca, la sua dolce compagna, che ha assistito e sorriso della sana tensione e della forte emozione che c’era nell’aria.

Il suo treno per Pistoia partiva alle 16.30, Francesca lo ha accompagnato alla stazione e da lì è partita la sua avventura. La sera le telefonate di rito: hai mangiato? Vai a letto presto, dormi, domattina rimetti la sveglia, stai tranquillo, non pensare. Tra atleti ci si capisce.

La mattina mi sono svegliata alle 5, senza sveglia, ma con tanta paura e tanta emozione da non riuscire a restare a casa. Cosi sono partita, la bici in auto, i pantaloni giusti e lo zaino pieno di integratori e speranza.

Autostrada e poi via, in direzione de Le Piastre: quando sono arrivata lì, avevo già deciso che avrei parcheggiato, sceso la bici e sarei tornata indietro: la salita per arrivare lì era ripida, lunga e mi aveva messo in agitazione, dovevo andare a recuperalo qualche chilometro più giu.

Cosi ho pedalato un pò, cercando di frenare sia la bici in discesa che le emozioni che provavo: e se avessi detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato? E se si fosse trovato in difficoltà e non avessi saputo cosa dire? E se la musica non avesse funzionato? E se la bici non avesse fatto il suo dovere?

Assistere un amico durante una imporatnte gara di endurance come la Pistoia Abetone, per la prima volta, ti mette davanti ad un sacco di interrogativi, e mette alla prova la tua resilienza e il tuo coraggio, e l’amicizia che ti lega all’atleta. Io dovevo una gara a Francesco, un’amicizia e tanti allenamenti. Era il minimo che potessi fare.

Mentre ero sul ciglio della strada ad aspettarlo ho inviato un vocale alla mia cara amica Cristiana, e mi sono comossa: non negherò qui tutto quello che ho provato al pensiero del nostro gruppo, dei Forrest Run, di quello che ci lega, della mia vita stravolta da gennaio ad oggi, della ritrovata voglia di gareggiare e di correre senza mai fermarsi. Mentre stavo seduta lì, all’ombra , con la bici alleata sul cavalletto, piangevo e parlavo, ed ero così felice di essere lì da non riuscire a stare ferma. Tanta paura nel desiderio di aiutare gli altri ha una grande possibilità di riuscita nell’impresa.

Dopo circa 30 minuti ,dalla curva in solitaria ho visto arrivare i primi due atleti, accoppiati.

Mi sono alzata, e li ho incitati; dopo poco è arrivato Alessandro, in 6° posizione, con la canottiera rossa, scelta azzeccata visto il suo 5° posto finale. Ho aspettato poco, e li ho visti sopraggiungere, Francesco e Moreno, in coppia, agili che montavano quelle salite dure e lunghe come due gazzelle.

Mi sono affiancata con la bici e lì è iniziato tutto: la musica, i rifornimenti, le borracce, le battute, e la paura è passata. Ho solo pensato che eravamo lì, tutti i Forrest Run stavano correndo con noi, che io ero solo la rappresentante di quegli amici del Murales che si raccolgono e si stringono intorno all’atleta di turno impegnato in una competizione.

Al 23° chilometro sono iniziati i primi doloretti: ginocchia, polpaccio, dita del piede, ma cercavo di spostare l’attenzione e di farlo rimanere concentrato sulla gara, e sulla velocità della sua corsa: aveva un buon passo: dopo Le Piastre, sul percorso pianeggiante, correva a 4’15, e stava bene. Moreno stava correndo la sua gara, con la grinta e la sapienza e la forza che lo contraddistinguono, e avrebbe terminato la prestazione al 30° chilometro, chiudendo la Pistoia-San Marcello in prima posizione, e confermandosi il campione che è da sempre.

Noi abbiamo continuato, mancavano ancora 20 chilometri, e il percorso si faceva sempre più affascinante, nel sali e scendi che lo caratterizza: lo zainetto che dalle spalle mi ero spostata davanti era ormai pieno di limoni e di banane, di bottigliette d’acqua e sempre meno di integratori.

Ormai la sequenza era: limone, acqua, maltrodestrine e acqua, e poi coca cola.

E tanta acqua sulla testa, sulle spalle e sulle gambe.

Tra un ristoro e una canzone, una rimonta e qualche rischio di essere investita dalle auto, siamo arrivati al 38° chilolometro, e alla salita che sembra infinita e che porta al traguardo, sotto il sole caldo e asciutto: i tornanti si susseguivano incessanti, non davano respiro e io ho iniziato il fine lavoro di assistenza psicologica. Sapevo che quello sarebbe stato il momento in cui tirar fuori i ricordi e le scorribande dei Forrest su e giu per i boschi, gli allenamenti duri a cui si era sottoposto negli ultimi due mesi; dovevo trovare spazio nella sua testa per pensare alla fatica che aveva speso per prepararsi, per pensare al nostro gruppo, alle persone che gli vogliono bene e soprattutto al fatto che nonostante entrambi credessimo che quello sarebbe stato il momento più duro, lo avrebbe superato e la gara sarebbe finita.

Ma siccome ogni gara è una sfida e nessuna è mai uguale all’altra, al 45° chilometro sono arrivati i crampi. Francesco non ne ha mai sofferto, ma si sa che il nemico è in agguato e può colpire quando si è più vulnerabili. I crampi non ce li aspettavamo: eravamo pronti al caldo, alla fame, alla fatica e ai dolori, alla perdita di consapevolezza e all’abbassamento della guardia di fronte alla stanchezza, ma non ai crampi.

Cosi, un grido e si è accasciato a terra.

Sono scesa, ho cercato di capire, ho provato a rialzarlo, lui era in preda a dei fortissimi crampi al bicipite femorale che gli impedivano di stendere o piegare entrambe le gambe.

Francesco era lucido, e consapevole…stanco ma consapevole. Sdraiato sull’asfalto, via via in quei lunghissimi 6 o 7 minuti si sono fermate molte persone: io pensavo solo a farlo ripartire, ma avevo molta paura che si fosse strappato un muscolo, e in quest’ultimo caso sarebbe stata la scelta sbagliata.

Quando, grazie anche all’aiuto di un medico che mi ha aiutato a tenergli le gambe in tensione, ho capito che ce l’avrebbe fatta, ho deciso che doveva capirlo anche lui: urlando e non guardandomi negli occhi, si stava strappando il pettorale, dicendomi che io non capivo e che lui non sarebbe ripartito. ” Adesso mi guardi negli occhi e lo dici a me che non arriviamo lassù, che tutta la fatica spesa per allenarti e per arrivare fin qui non è servita a niente! Adesso ti alzi e corri, e arriviamo al traguardo insieme, hai capito?!” Le mie grida erano più una minaccia che un consiglio, ma erano le parole di un’amica e di un’atleta, di chi conosce la fatica e la voglia di mollare, ma che non avrebbe mai permesso che la paura avesse avuto la meglio.

Ci siamo rialzati, ci siamo scambiati gli occhiali, e abbiamo deciso di correre in conservazione, preservando le gambe dai dolori.

Abbiamo perso 16 posizioni e 15 minuti sulla tabella di marcia, e nonostante ciò Francesco è arrivato un minuto prima dello scorso anno.

È stata una vittoria. Una delle esperienze più belle e ricche della mia vita di sportiva: aiutare un amico, raccogliere la sua fatica e farla tua, rialzarsi insieme e finire insieme qualcosa di importante.

Lo sport è questo: è amicizia, è empatia, è forza e determinazione. Tutto quello che è uscito da quel 30 giugno è più forte: la sua determinazione, la nostra amicizia e il gruppo dei Forrest Run. Francesco ha corso anche per tutti voi. Una sola cosa è uscita rimpicciolita, anzi direi proprio che non è tornata: la mia paura di non essere all’altezza.

Correre è un modus vivendi

I programmi sono fatti per essere cambiati: con questa regola mi viene in mente di proporre a Francesco di fare un bel lungo sali e scendi, il famoso “anello” che parte da Cavo, va a Rio nell’Elba e passando per Rio Marina, torna al Cavo: 21 km. L’ultima volta che ho percorso una distanza di simil fattura è stato il 10 marzo in occasione della mezza maratona di Empoli, di cui vi ho parlato qualche articolo fa.

Lui acconsente, mi consiglia di fare la prima parte piano e di accelerare la seconda, salite permettendo; e di salite ce ne sono, per arrivare da Rio Marina a Rio Elba, nell’entroterra dell’isola, dove sorge il famigerato ‘lavatoio pubblico’, ce n’e’ a volontà.

La sera prima sono eccitata, felice, acquisto una bottiglietta d’acqua da 1/2 litro per dissetarmi, anche se non sono abituata a correre con la bottiglia in mano; ma il mio preparatore non concepisce la corsa lunga senza una giusta idratazione, a buon ragione, e così la mattina alle 6.15 parto, con un caffè nelle vene e l’adrenalina nel sangue.

Felice per poter sfruttare la mia libertà, inizio a correre, affronto le prime salite subito fuori dal piccolo paese del Cavo, e già inizio a sentire che sto bene: non c’è fatica all’orizzonte, non c’è fiatone intorno ai miei polmoni, solo il cuore che batte forte per la voglia di correre e starci dentro, fino in fondo.

Continuo a salire e a scendere, a compiere tornanti leggeri con un panorama da favola : il mare mi osserva, guardingo e maestoso, la Palmaiola e Cerboli mi strizzano l’occhio. Una brezza all’inizio leggera ma via via più pesante mi asciuga il sudore prima che mi scenda sugli occhi, e gliene sono grata.

Dopo circa 8 km arrivo a Rio Marina, attraverso il centro e inizio a salire verso Rio Elba: una salita lunga 2 km, inarrestabile, che non ti lascia respiro, che sale incessantemente fino all’incrocio che ti porta da una parte, all’altra dell’isola: non mollo, procedo senza sosta allo stesso ritmo, con la paura di sentire le gambe urlare da un momento all’ altro. Invece arrivo in cima, e sto bene. Mi scatto una foto, faccio due passi e riparto, perché so che per arrivare al lavatoio c è ancora una salita da affrontare; qui la brezza diventa vento, contrario alle mie forze e alle mie gambe, alla mia direzione e al mio cuore: da sempre odio correre con il vento, è un nemico intangibile e contro il quale non esiste rimedio. So che mi accompagnerà per un lungo tratto, perché la strada per tornare verso il Cavo è ricca di curve e di cambi di direzione, e lui sarà con me almeno fino al 16° km.

Esco da Rio Elba e inizia la Sp30, una strada pressoché abbandonata, trafficata solo da persone che camminano o che guidano verso la loro abitazione. Mi permetto così di correre al centro della carreggiata, di far mia la strada, che corre in salita per 5 km, un lungo falsopiano che mi risulta di facile riuscita. Le gambe vanno, la fatica non c è! Dove sei, mia alleata quotidiana, compagna e nemica, necessaria ma insolente?

Conosco l’isola d’Elba come casa mia, e in parte lo è: so che dopo quei tornanti di leggera ma inesorabile salita, arriverà la discesa. La geografia non è un’opinione: Rio elba è in collina, il Cavo è sul mare.

Inizia la discesa: leggera e quasi a tratti impercettibile. Aumento, raggiungo i 4’30,le gambe girano, 17, 18, 19, 20 chilometri. So che è una grande giornata, percepisco che sto compiendo una grande impresa, per me, per le mie possibilità, ma la gioia più grande risiede nelle sensazioni positive e bellissime. Entro nel Cavo in massima spinta, scatta il 21° chilometro e sono a casa.

1’53, 21 km di salite e discese, in progressione; 21 km di gioia pura e di corsa vera, il miglior modo per passare quasi due ore della mia vita.

Il rumore delle onde e della fatica…

Sono in spiaggia, una pausa di 10 giorni dal lavoro in attesa delle vacanze torride in agosto.

Guardo i miei figli che giocano con i loro amici costruendo castelli e ruscelli infinitamente surreali agli occhi di un adulto; ogni tanto corrono da me chiedendomi di andare a veder cosa hanno costruito e allora mi alzo, raggiungo quel piccolo spazio brulicante di ingegneri e muratori e vedo sorrisi pieni di orgoglio. In un attimo poi li vedo correre verso il mare, alla ricerca di un refrigerio e di un ulteriore spazio di divertimento.

Li guardo, e mi riposo. Stamani mi sono allenata, domani mi allenero’, su e giù per le strade elbane che non danno scampo a chi è alla ricerca della pianura. E allora Francesco mi adatta il programma alla mia settimana elbana, cercando di sfruttare i percorsi che la natura mi ha messo a disposizione.

Nelle pause sul lettino, a controllare i miei figli e a recuperare energie, voglio parlarvi di Letizia, una ragazza di 24 anni che vive a Pontedera con la sua mamma Dorella e il suo babbo, e per la quale stiamo organizzando una raccolta fondi per aiutarla a continuare a sognare sul suo cavallo, che la accompagna durante le gare di Paradressage in giro per l’Italia.

Si, Paradressage, perché Letizia è una paraatleta: all’età di 9 anni ha avuto un’emorragia cerebrale che ha tolto a lei, la capacità di camminare e di vivere una vita come avrebbe avuto diritto a vivere, e ai suoi genitori la luce, la speranza, la vitalità e la gioia di vedere un figlio sano.

La mia cara amica Silvia mi ha chiesto se potevamo organizzare una corsa, e provare a raccogliere soldi per aiutarli nelle ingenti spese che l’attività ippica comporta:le trasferte per le gare nazionali, gli allenatori, il camper con il quale si spostano e la sella speciale con cui Letizia dovrebbe montare il suo cavallo. Io non ho esitato e ho detto “si!”, e così sabato 29 giugno alle ore 6 del mattino ci ritroviamo al nuovo punto d’incontro al murales colorato, come ogni sabato, ma con uno scopo in più, alto, nobile, civile, un modo per far sentire Dorella e Letizia meno sole, perché per noi è irrilevante privarsi di pochi euro, ma insieme scopriamo che diventa molto rilevante per chi quei pochi euro sommati ai pochi di altre 30 persone, li riceve.

Ho telefonato a Dorella, ieri, per comunicarle la mia decisione di organizzare una corsa per Letizia, è lei era commossa, mi ha detto 4 volte di seguito “grazie”. Le ho detto che le avrei portato personalmente la somma raccolta e con l’occasione avrei conosciuto Letizia.

Ieri la mia giornata è stata chiara e felice, guardavo i miei figli e pensavo che se un giorno qualcosa di brutto dovesse loro accadere, mi auguro di avere accanto persone che mi pensano, mi aiutano, mi sorreggono, provano a capirmi: questo è quello che vorremo fare noi il 29 giugno, grazie a voi, ai vostri immensi passi che galoppano all’unisono, dando una speranza in più a Letizia.

La storia siamo noi… Anzi, siete VOI!

L’ultima foto postata sul social network Instagram ha uno sfondo diverso e nuovo per noi: un murales colorato e allegro che ci dà il buongiorno alle 6 del mattino.

Nelle nostre foto sorridiamo, tutti: chi viene una volta a settimana, chi corre ogni mattina, chi cammina, chi è infortunato; ognuno di noi ha dentro di sè la gioia di incontrarsi e di condividere la passione per la corsa.

Credo però che, almeno per qualcuno, a volte sia più grande la necessità di vedersi e stare insieme di quella di correre per allenarsi: ritengo infatti di aver sviluppato una sorta di dipendenza, da gennaio ad oggi, dai miei Forrest Run, da questo gruppo di persone così eterogeneo da destare incredulità.

Quando vi ho conosciuti ero concentrata sul capire se sarei riuscita a correre bene ancora, a stare bene, a non avere dolori e a trovare il tempo per farlo come dicevo io. Dopo poco più di un mese ho iniziato a percepire qualcosa nell’aria di buono, di sano: ho strinto una forte amicizia con Francesco, mi sono avvicinata a Giorgio, e insieme a Federico e a Francesco N. abbiamo creato i Pilastri, e con loro i Forrest Run. Da allora è un susseguirsi di emozioni, di soddisfazioni, di corse allegre e spensierate, di aperitivi e cene con la scusa di parlare dei prossimi eventi.

Con il passare dei mesi ho avuto modo di conoscervi tutti, chi più chi meno, e ognuno di voi si è preso un piccolo pezzettino del mio cuore: le vostre attenzioni, le vostre buone anime, il vostro desiderio di esserci, l’accoglienza che mi avete sempre riservato, hanno fatto sì che mi innamorassi di voi. E da allora non posso più fare a meno della vostra compagnia, che sia per correre, per cenare, per un aperitivo o per organizzare un evento.

E allora ho pensato di ringraziarvi uno per uno, perchè dopo 6 mesi che corriamo insieme e che condividiamo una delle cose più importanti, per noi, della nostra vita, sento il desiderio di toccarvi con mano il cuore.

Inizio con i Pilastri, anche se più volte al giorno gli dico ciò che penso di loro ma oggi voglio essere ridondante: loro sanno che sono fondamentali per il mio equilibrio.

Giorgio: senza dubbio il Cuore dei Forrest, la guida, sia territoriale che umana e spirituale. Senza di te nulla è come deve essere.

Francesco M.: la voce dei Forrest. Sei tu che acceleri, deceleri, alleni e combatti per noi e con noi. L’amicizia che ci lega è simpatica e primordiale: come faresti senza di me!??!

Francesco N.: il Namurai ha compiuto la trasformazione completa. Lui, che a settembre ha iniziato a muovere i primi passi da atleta, adesso parte veloce come un lampo per un faltreck o per una foto: poco importa, l’importante è correre! Sei speciale Namu!

Fede: la stima che ho di te è altissima. Sei un uomo, un atleta e un padre eccellente. Eccelli, Fede, splendi così, non fermarti mai.

Rossana: sei una donna forte ed energica, che mi trasmette la voglia di andare e di dare. Sincera e affabile, resta sempre con noi!!!

Francesco S.: un sorriso, un programma. Stamani ho scoperto, grazie all’estate, anche un tatuaggio così bello da farmi venire i brividi.

Claudio: la tua sincerità spazza via ogni dubbio. Corri e vola caro amico mio!

Barbara C., Barbara P. E Letizia: se ci siete, si sente. Siete la parte brillante del gruppo, sorrisi e gioia e abbracci arrivano insieme a voi.

Irene: abbiamo corso poche volte insieme, ma ho già capito che il tuo sorriso è come i tuoi capelli: raggiante!!

Fabrizio C.: la tua parlantina mi sveglia al mattino e mi fa sentire ancora più contenta di essere lì con voi!

Veronica T.: l’Intro, come da soprannome. Colei che gestisce il gruppo e fa della partecipazione uno stile di vita. Sorrisi regalati e gioia assicurata!

Alessandro: da non sapere chi tu fossi a correre insieme quasi ogni giorno il passo è stato breve.In molti si stupivano che non conoscessi “Il Calzolari”, adesso ho capito perchè! Chapeau!

Veronica P.: il tuo sorriso contagia chiunque. Compagna di corsa a Milano, una piacevolissima scoperta, sei una persona di cuore e di testa.

Erika: un giorno vedo arrivare una biondina con la coda, come una ragazzina…ma come una gazzella vola su per Montecastello e spiana la salita. Mangia la breasola come se non ci fosse un domani, e sorride sempre. La gioia!!

Maurizio: l’uragano che tutto trascina e dietro di sè lascia affetto e amicizia. Grazie per esserci!!

Silvia F.: amica “di acqua”da tantissimi anni, ritrovarti nella corsa è stato per me un motivo di felicità. E’ grazie a te che ho ricominciato a correre, tu che mi dicevi: “Devi venire a Milano, devi allenarti!”. Sei una donna splendida, lo sai.

Silvia: stai superando te stessa, la coda al vento e la grinta sopra le righe. Avanti così! Non lasciare che niente ti fermi…

Fra Bozzi: sei la rilevazione. Un grande atleta, un’ottima persona, il degno compagno della mia Silvietta!

Matteo N.: scrupoloso e serio al punto giusto, ogni corsa con te è un piacere!

Moreno e Silvano: siete l’esempio per tutti noi. La vostra tenacia e la vostra grinta vi hanno portato, e vi porteranno, in alto. Non mollate mai!

Simona: amore a prima vista! Hai, oltre alla tua gentilezza, simpatia e serenità, il grande pregio di averci portato Namurai!!

Isaura: la prima chiaccherata in gruppo, lunga e profonda, il primo messaggio dopo la mia prima corsa con voi, quel 12 gennaio 2019…

Fiore: l’Allenatore. Mi hai conosciuto anni fa, mi hai sostenuto, e ancora lo fai. Grazie.

Mauro: Sbucato dal nulla, è sempre presente. Sorridente e simpaticissimo, ti sembra di averlo sempre conosciuto. Ah già, l’ha portato Lo Conte!!!

Il Vaglini (ti conoscono tutti per meglio per cognome :-)): ha 3 figli, ha sempre fretta, ma c’e SEMPRE! Immancabile…Grazie Gio!

Andrea F.: gentile e dolce, si rende disponibile sempre. Sciatore e corridore, tra mille impegni lui c’è!

Fede A.: veniva a Bientina a correre da me, e solo per questo devo eternamente ringraziarlo!!! A parte gli scherzi, ti vogliamo presto con noi Fede!!

Cristiana (Kriss): una persona a cui puoi solo voler bene appena la conosci. E io te ne voglio. Coinvolgente, energica, sincera: non se ne può fare a meno.

Lucone: lo ricordemo sempre per la sua pastiera a fine corsa: non siamo avvezzi ai ristori post corsa ma quella c’era piaciuta!!

Mario: il promotore delle corse lunghe e medio lunghe, colui che fa da apripista per i nuovi adepti. Se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti!

Cristina C.: la camminatrice, con noi alle prime luci dell’alba!

Per ultima, per sottolineare il suo ruolo fondamentale, la nostra Emanuela del bar “Note di Cafè”, la nostra prima sostenitrice, il nostro porto presso il quale ristorarci e incontrarci, divertirci e sentirci “a casa”. Grazie Per quello che stai facendo per noi!

Spero di non essermi dimenticata di nessuno; nel caso in cui qualcuno non fosse stato citato, me ne scuso: sono stata coraggiosa, forse estrosa, a scrivere quello che sento per ognuno di voi e quello che vedo in ognuno di voi, ma sono fatta così: sincera fino all’improponibile, fino al limite oltre il quale si ritorna bambini.

E come una bambina mi sento cresciuta, da quando corro con voi, mi sento come un piccolo bruco che sta diventando farfalla: voglio volare con voi, ragazzi, e correre lontano, dove i sorrisi ci porteranno.