Il mondo è (anche) altrove.

Quando ero un’adolescente mio padre per lavoro girava il mondo visitando paesi poveri o meno poveri, come il Messico, India, Cina, Corea, Thailandia, Iran, Etiopia, Turchia e ogni volta che tornava ci raccontava ciò che aveva visto e le persone che aveva incontrato, e concludeva ogni suo racconto con la frase: “vorrei portarvi con me perché possiate vedere coi vostri occhi quante cose NON hanno che voi date per scontato”. Le foto che ci faceva vedere dopo averle sviluppate non restituivano appieno la realtà di ciò che ci raccontava, quella realtà che solo l’occhio umano avrebbe potuto capire.

Mio padre ha visitato luoghi che non possono essere identificati come i più poveri del mondo, in un momento storico in cui molte guerre intestine ancora non erano scoppiate e in alcune nazioni si viveva ancora la pace; nonostante ciò il gap tra la nostra realtà e quella che lui vedeva era già ampio, pieno di NON, pieno di differenze abissali, di persone che vivevano con poco, pochissimo. Un gap che noi, adolescenti di allora, a Staffoli, in una bella casa, non sentivamo.

Negli anni il mondo è cambiato, quelle lotte intestine che 25 anni fa erano marginali o inesistenti in alcuni paesi, sono scoppiate come un frutto troppo maturo, e in alcuni paesi sono scoppiate vere e proprie guerre: le frontiere sono cambiate, i porti hanno assunto un altro significato, i potenti sono ancora più potenti perché invischiati in una guerra puttana, come tutte le guerre.

L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo lontano tra loro, nel quale si sono inserite le politiche arriviste e spregiudicate di paesi al vertice del mondo, e le religioni estremiste che sostituiscono l’umana coscienza del vivere.

Se mio padre andasse adesso in alcuni di quei paesi che ha visitato molti anni fa, credo che tornerebbe sconcertato più di quanto tornasse nel 1996, o nel 1998.

La forbice economica sociale si è allargata, così come in Italia, anche negli altri paesi, e i ricchi sono sempre più ricchi, e spesso potenti, e i poveri sono sempre più poveri. La situazione economica, sociale e le condizioni di vita sono peggiorate e la televisione e il cyber mondo hanno permesso che si potesse conoscere e sapere che c è un mondo, altrove. Così come gli slavi hanno attraversato l’Adriatico negli anni ’90 dello scorso secolo perché non riuscivano più a vivere nel loro paese e speravano nelle condizioni migliori del paese di fronte, così adesso dall’ Africa subsahariana principalmente e dall’ Afghanistan e Pakistan uomini, donne e bambini, qualsiasi essere umano che voglia vivere scappa, prova ad attraversare la bocca del Mediterraneo per arrivare in Italia e per poter vivere, lo ripeto.

Sto leggendo un libro che mi sta mettendo duramente alla prova, perché racconta le storie di sopravvissuti ai numerosi naufragi nel Nostro mare, spesso narrando avvenimenti che altrimenti non avremo conosciuto. Naufragi davanti alle coste libiche, naufragi voluti, naufragi accaduti, ma sempre tragici e inenarrabili. Persone come noi, che sono nate in un altro mondo, altrove, e che non riescono a vivere, che sono sottoposti a torture e devono soggiacere a situazioni belliche continue, che hanno figli, uguali ai nostri, ai quali non possono assicurare nemmeno un piatto di riso al giorno. Quale genitore non cercherebbe di dare un futuro, anche uno solo, al proprio figlio?

Questa volta ho esulato dall’argomento corsa, ho voluto parlarvi di altro, perché possiate pensare , ogni volta che vi allacciate le scarpe e salite in auto per venire al Murales, che siete fortunati.

Pensatelo sempre, non lasciate passare un giorno senza rivolgere un pensiero a chi vive un un mondo, altrove, dove non c’è niente. Dove la corsa serve per scappare o per arrivare prima di un altro al pozzo per riempire il secchio che non ti farà morire.

La Fo(r) restiera

Il mondo social può essere pieno di insidie, ma anche di piacevoli scoperte. Ed è stato proprio in un gruppo dedicato a chi ha corso o prepara il mitico Passatore che ho conosciuto Lorenzo, stimato professionista della zona di Varese, dove sono cresciuta io.
Nelle foto dei suoi allenamenti ho riconosciuto il lago, ben attrezzato con una pista ciclabile e i monti dove da piccola passeggiavo a cavallo.
Gli ho chiesto di allenarci insieme, qualche volta, se lui avesse rallentato il suo passo. Ci siamo conosciuti al buio, alla luce delle frontali, per condividere gli allenamenti mattutini. Io già centista, lui futuro centista pieno di curiosità ed emozione per questa prova.

Ho divagato – strano, sono solitamente così concisa – prima di arrivare al punto del racconto: ieri mi sono allenata con il suo gruppo.

Non è una cosa scontata: i gruppi tendono ad essere chiusi, abituati fra di loro, a custodire tecniche e tabelle.
Invece, sono stata subito accolta, anche se non sono al loro livello, guidata da un grandissimo coach. All’inizio ero un po’ timorosa, soprattutto avevo paura di rallentare il gruppo, di non essere all’altezza. Siamo partiti con il riscaldamento. Mi sono messa un po’ da sola, mi sono rilassata. Ho ascoltato le loro chiacchiere: il caldo, i tempi, il cibo e la birra. I discorsi erano gli stessi che facciamo noi. Le stesse scarpe. Canottiere uguali, con scritte diverse. L’inizio del tramonto sul Ticino. Ho pensato, in quel momento, che in fondo i runners sono in fondo un’entità unica. Cambiano gli accenti, cambiano le velocità, ma il cuore del runner non è solo forte e resistente, ma anche aperto ed accogliente.
Poi è partito l’allenamento vero e proprio: resistenza alla velocità. Ho smesso di pensare.

Cristiana Cettuzzi.

Un pony e il gioco è fatto.

Chissa quando potrò correre di nuovo.Queste sono le parole che mi frullano in testa continuamente, da ieri mattina. Non posso dire di essermi infortunata, posso solo raccontare che sono stata maldestramente calpestata dalla zampa di un pony spaventato, che saltando è atterrato sul mio piede scalzo, in acqua, disarcionando mia figlia che per fortuna ha fatto un innocuo e simpatico tuffo in mare.La giornata si era palesata divertente e istruttiva, in un ranch Corso immerso nella natura a pochi passi da una spiaggia sabbiosa: ai 4 bambini sono stati dati 4 pony apparentemente calmi – a quello di mio figlio più piccolo era stato dato il nome Tsunami, avrei dovuto forse essere preoccupata? – e un genitore doveva portare a spasso nel bosco e poi sulla spiaggia e in acqua il pony col figlio abbarbicato.L’istruttrice ci ha consigliato le scarpe chiuse per la passeggiata nel bosco, ma al momento di scendere in spiaggia, col suo intercalare italo-franco-spagnolo ci ha spiegato di restare in costume e ciabatte. Mai avrei pensato che forse sarebbero state adatte delle scarpe idro-anti-infortunistiche!Raggiungiamo la spiaggia, porto con me il cellulare per fare le foto (e quando mi ricapita di stare su una spiaggia corsa con mia figlia in costume su un pony in mezzo alle onde basse, stile matrimonio di Brooke e Ridge in Beautiful?!) inconsapevole che anche la nostra poliglotta istruttrice aveva con sé l’ultimo modello di smart phone con cui fare le foto ai nostri provetti cavallerizzi.Vabbè, ormai infilo il mio Huawei nel reggiseno del costume e procedo verso le piccole onde: Margot, la francese istruttrice, ci spiega di restare sempre dalla parte del mare. Spiegazione veloce e semplice, tanto quanto può sembrare l’azione di tenere il cavallo “a monte”, un po’ come nello sci. Più difficile invece sembra il riuscire a tenere Nala, la pony di mia figlia, dalla parte della sabbia: in un attimo infatti si volta col musetto verso il mare e lo sbatte contro un’onda più alta delle altre, ma pur sempre bassissima, considerando l’altezza del pony: come una ginnasta salta e si volta, atterrando con la sua zampa posteriore sul mio piede sinistro, nudo, e fragile. Mia figlia viene scaraventata giù dal suo dorso e con grazia si tuffa in mare: riemergendo è sbalordita, non sa se piangere o ridere, se essere arrabbiata o divertita, incrocia i miei occhi i quali un attimo prima avevano incrociato quelli del mio amico che mi stava gesticolando di non gridare dal dolore, di tacere la mia sofferenza. Ho preso Vittoria per mano, le ho chiesto se stava bene e mi sono messa a ridere: la resilienza fisica è una caratteristica da non sottovalutare, oltre a quella emotiva. Intanto il mio amico continuava a invitarmi a tacere, per non spaventare la bambina che ormai era estasiata ed era già rimontata in groppa alla sua macchina da guerra, non prima di pregarmi di lasciarle la mano, perché le stavo facendo male: stringevo le sue piccole dita con la stessa intensità con cui avrei voluto gridare e sedermi per leccarmi le ferite!Per fortuna la collega della poliglotta cavallerizza ha avuto il buon senso di sostituirmi alla guida della cavalla incriminata, cosicché ho potuto sedermi sul bagnasciuga per capire quanto male mi fossi fatta.Sono tornata al ranch zoppicando, ho immerso il piede in una shopping bag piena di cubetti di ghiaccio e ho bevuto un caffè francese ( mi sarei meritata un espresso, ma ormai domani torno a casa e vado da Emanuela e risolvo la questione). Mi hanno augurato una pronta guarigione e ci hanno salutati: io Nala non l’ho salutata, nonostante il mio amore per gli animali, capirete che un po’ di astio si era creato, tra di noi.Il pomeriggio è trascorso sulla spiaggia con un sacchetto di ghiaccio sul piede e l’aiuto della mia amica veterinaria che mi rassicurava toccando i due piedi e sostenendo che non c’erano fratture. Ritengo che abbia ragione, il piede non è molto gonfio: è solo emaciato e leggermente panzuto, ma tutto sommato non molto diverso dall’altro.Il passo però intercede zoppicante: domani tornerò sul continente e mi affiderò al responso di una macchina che vedrà dove l’occhio umano non arriva, ma il risultato non credo cambierà molto: la corsa sarà un miraggio per le prossime settimane, e non basterà un tè bollente a farmi passare il caldo della rabbia che sale al pensiero di non potermi allenare. Per fortuna ho il diversivo del nuoto, e per fortuna che dicono che lo scarico mi serve: ma nel frattempo io come riesco a mantenere il mio equilibrio?

Sognare è lecito.

Non è facile trovare un argomento di cui parlare o attorno al quale scrivere quando ci sembra di non avere niente da dire, quando si ha voglia di comunicare con gli altri ma non ci viene in mente niente di cui discutere o niente da chiedere.

Per abitudine però, o forse per necessità, sono sempre stata abituata a scrivere lo stesso, a prescindere da ciò che avessi da dire, perché le parole nascevano comunque, dalla mia penna. È un po’ come correre, può accadere che hai voglia di allenarti ma la tabella non c’è perché è estate e sei in ferie, e le gare sono finite, momentaneamente; indossi però le scarpe e parti lo stesso, e decidi che tutto verrà strada facendo. Il segreto è non porsi limiti o restrizioni, e nemmeno traguardi troppo impegnativi, affinché la frustrazione non finisca per schiacciarti.

Iniziare a correre, ogni volta, è un po’ come partire: a volte sai dove vai e con chi, altre volte no. I viaggi on the road sono sempre stati I miei preferiti, perché nascondevano in sé la consapevolezza dell’ignoto e della sorpresa, e soprattutto del non premeditato. Accendi il motore, o indossi le scarpe, imbocchi la strada che ti porterà via e ti stabilizzi su un’andatura che senti adatta all’esigenza momentanea. Non ci sono griglie a legarti, non ci sono tempi da rispettare, c è solo la libertà che il viaggio, e la corsa, ti trasmette.

Stamani ho fatto proprio cosi: ho percorso la strada tortuosa e spettacolare che porta a Cape Corse per poi decidere, dopo 5 km, di salire per una direzione che mi incuriosiva, e che non sapevo dove mi avrebbe portato, ma non mi importava niente. Ho visto cose che altrimenti non avrei nemmeno immaginato e mi sono lasciata portare dalle mie ragioni, e dai miei desideri.

Quante volte, nell’arco di una giornata, possiamo avere la fortuna di sentirci così, di avere tra le mani e stringere ciò che desideriamo?

Avrei voluto correre 20 km, stamani, ma la temperatura non era adatta ad una distanza del genere, senza acqua e sotto il sole. Mi sono limitata a 11 km, densi di felicità e di curiosità appagata.

Il mio viaggio di oggi non è durato molto ma mi è piaciuto, e mi ha fatto bene. E alla fine, anche senza premeditazione, è venuto fuori un buon allenamento.

E così come per i viaggi, e la corsa, alla fine ho scritto tanto. Perché c è sempre qualcosa da dire, perché vale sempre la pena provare a fare ciò che ci rende felici, e scrivere per me è una di queste attività.

Buone vacanze Forrest Run, vi penso spesso.

Le domeniche dense di malinconia.

Sono stanca.

Devo recuperare e sto recuperando piano piano del sonno arretrato che mi è venuto a mancare perché la sera vado a gareggiare e la mattina la sveglia suona lo stesso alle 6 per andare in ufficio.

E allora mi sono concessa di dormire nel pomeriggio, complice queste due giornate uggiose che hanno portato solo aria fresca, fuori.

Oggi però abbiamo corso, alla non competitiva di turno, durante una mattinata in cui ogni sensazione era annebbiata dalla stanchezza. E allora senza guardarti allo specchio, ti infili i pantaloncini e le scarpe e sali in macchina. Bevi l’ennesimo caffè e provi a diradare le nubi, incontri i tuoi amici e inizi a correre.

Meno male esistono, gli amici.

Meno male esistono, i boschi, la loro avvolgente libertà, i loro profumi di bambini sporchi, le loro salite sconnesse che ti obbligano a concentrare l’attenzione sul mettere un piede dietro l’altro per non cadere.

Meno male esiste il ristoro, almeno per la fame mattutina.

Meno male esiste la doccia, che lava via il fango dalle caviglie ma non l’odore del bosco.

E in un periodo in cui tutti stiamo partendo per le vacanze estive, la malinconia, nonostante il bosco e nonostante la doccia, si affaccia e fa il suo gioco, sporco ma sincero. Ti dice cose che non vuoi sentire, e fuori intanto piove.

Accettare le sensazioni per quelle che sono e per come vengono, interpretarle e provare a tradurle. Non sempre fa male la malinconia, e a volte una domenica passata a non far niente e a lasciar andare i pensieri ha il suo perché. Siamo fatti di aria e di luce, di acqua e di emozioni: come possiamo rimanere inermi e inafferrabili all’ambiente, e a quello che ci trasmette?

Il segreto, se ce n’è uno, credo sia quello di accettare,ciò che viene, senza combatterlo ma guardandolo in faccia e provando a dargli la mano per conoscerlo meglio.

Il segreto, se ce n’è uno, credo sia quello di accettarsi, con le nostre deboli inesattezze, con le cattive giornate che prima o poi passano, con le nostre mancanze e le nostre esasperazione, e con i difetti altrui, se ne hanno.

Ma certo che ne hanno: gli altri siamo noi, come cantava Umberto Tozzi, intramontabile.

L’amicizia è una cosa seria.

Quando ero una ragazzina ascoltavo e adoravo Renato Zero: ero una tipica “sorcina” (per chi non conoscesse il termine adottato dal cantante romano, specifico che non si tratta di una baby Peppa Pig, ma piuttosto di un soprannome con cui Renato indicava i suoi fans ).

Ci riconoscevamo, non solo ai concerti, ma anche per strada, ai semafori, piuttosto che in biciletta: le sue non erano canzoni orecchiabili, erano capolavori della poesia, con cui accompagnava le note dettate da un’irrequitudine intrinseca e latente.

La passione per il camaleonte romano mi ha accompagnata fino alla metà del decennio dai 20 ai 30 anni, ma amavo più che altro le canzoni anni ’80, quelle dei tempi del Piper Club e dei suoi più stravaganti travestimenti: in quegli anni ha scritto, composto e cantato dei capolavori come “L’Equilibrista”, “Ha tanti cieli la luna”, “Manichini”, e la più conosciuta “Amico”.

Anche se in molti hanno scritto di amicizie vere o presunte tali, questo testo con la musica crescente e avvolgente, resta a mio parere il contenitore musicale e testuale del significato di amicizia.

Che fai se stai lì da solo

in due più azzurro è il tuo volo

Amico è bello

Amico è tutto, è l’eternità

E’ quello che non passa mentre tutto va”

Questa la strofa che mi piace di più.

Nonostante ciò che esprime Renato – l’infinitezza dell’amicizia e la sua eternità – può accadere che alcuni amici si perdano per strada, ma non per questo ritengo che non siano degni di essere chiamati tali. La vita è un lungo cammino, e così ci auguriamo che lo sia per tutti, e noi prima cresciamo, poi cambiamo e infine invecchiamo: durante queste fasi sentiamo la necessità di crescere, cambiare e invecchiare insieme ai nostri amici, o perlomeno con le stesse caratteristiche e priorità.

Tutto ciò non è scontato, ma se riusciamo a incontrare sulla nostra strada qualcuno che ha la capacità di correre con noi e dimostrare le stesse attitudini, non lasciamolo andare.

Tutt’altra cosa è incontrare degli amici lungo il nostro cammino quando già quelle amicizie puerili sono nate e a volte finite; quando la nostra vita ha un barlume di stabilità e concretezza, e noi siamo davvero NOI, con le nostre certezze a cui attaccarci e le nostre sicurezze economiche e affettive, può succedere di incontrare amici che ci assomigliano molto, e con i quali non servono molte parole, come poetava Rosalino, in arte Ron, a proposito, in quel caso, di un rapporto amoroso.

Ma dove sta, poi, in fondo, la differenza tra un rapporto di amicizia vero, autentico e devoto e un rapporto di coppia? La risposta la conosciamo, quella sfera sessuale e incorniciata dall’amore che fa sì che poi possiamo riprodurci e dare vita ad un nuovo amore permette di separare nettamente i due tipi di rapporti; le altre caratteristiche non sono poi così diverse.

La necessità di conoscere lo stato d’animo dell’altro, il bisogno di aiutarlo se se ne presenta il bisogno, di sostenerlo se sta per cadere o per spiccare il volo. L’altruismo e la capacità di giore per e con lui.

Per quanto mi riguarda, a parte la mia eterna amica del liceo e altre care amiche, le amicizie incontrate nell’ambito sportivo sono state forse quelle più forti e intense.

Gli amici della mia vita da atleta giovanile sono indelebili, anche se ormai lontane, ma la stretta condivsione degli allenamenti e di tutto ciò che comportavano, ha fatto sì che si creasse una conoscenza profonda ed empatica.

E a 38 anni questo sport meraviglioso mi ha permesso di conoscere delle persone che posso fieramente chiamare Amici, che mi hanno dato e mi stanno dando grande felicità.

In un momento di certezze emotive e di stabilità economiche, in un momento in cui posso sedermi e godere di quello che ho, ho ritrovato il significato della parola amicizia in persone sane e sincere con cui condividere la mia più grande passione.

La corsa ti mette a nudo: la sofferenza degli allenamenti, la consapevolezza della scelta di correre e di dedicare quel tempo che rimane dopo il lavoro e la famiglia, agli allenamenti, la condivisione della scelta di essere una mamma che lavora e che si allena, un padre che dopo il lavoro a tempo pieno scappa ad allenarsi, che si assenta per le gare ma che cerca sempre un compromesso per, come canta Renato, “camminare su una corda tesa”, in una vita in cui l’equilibrio ci aiuta a vivere: tutto questo permette di conoscersi a fondo, di scoprire le debolezze dell’altro e di creare uno spartiacque tra chi amico lo è e chi amico lo fa.

So che in molti, in tanti capirete le mie parole, perchè all’interno dei Forrest Run si sono create molte amicizie vere, all’interno dell’amicizia comune che ci lega tutti: è come se ognuno di noi avesse scelto le persone a cui si sente più simile e in cui si rispecchia, per instaurare uno dei rapporti più belli, che ti riscalda il cuore e ti fa sentire meno solo.

La storia di una vittoria.

Sono trascorsi 9 giorni dalla Pistoia Abetone del 30 giugno.

Ho aspettato a scrivere perchè volevo che le emozioni forti si placassero, e che le reali sensazioni e i reali pensieri si affacciassero alla mia mente, pronti per essere messi su carta.

Ho aspettato tanto questa gara, da quando Francesco mi disse al telefono che sarebbe stato solo a correrla, senza nessuna assistenza. Ero in auto, stavo andando al lavoro e sulla spinta dell’entusiasmo di vivere una gara a me sconosciuta e dell’amicizia che mi lega a lui ho detto: “Vengo io!”

Lui non ha cercato di dissuadermi, era solo preoccupato che non riuscissi, con la mia mountain bike, a percorrere quei 37 chilomteri che dividono Le Piastre dall’Abetone, dal traguardo.

La Pistoia Abetone è una gara che viene disputata da 40 anni e che si snoda da Piazza Duomo a Pistoia fino alle Piramidi dell’Abetone: è una delle più famose ultraMarathon d’Italia, vi partecipano i più forti ultratleti ed è uno spettacolo delle discipline di Endurance.

Le settimane che hanno preceduto la gara mi hanno aiutato a capire che con le mie sole forze non sarei riuscita a pedalare accanto a Francesco e ad aiutarlo nei rifornimenti e a dargli contemporaneamente il supporto psicologico di cui necessitava. Ho cosi deciso di noleggiare una E-Bike, una fantastica Bicicletta elettrica che ho testato 6 giorni prima sulla strada che da Bientina porta a Cascine di Buti accompagnando un altro fortissimo atleta del nostro gruppo, Alessandro, iscritto anche lui alla competizione.

É stata una scelta decisiva e vincente: pedalare è l’ultima preoccupazione che si ha in sella a questi mezzi.

Francesco intanto rifiniva i suoi ultimi allenamenti: l’arrivo del caldo torrido non ci ha aiutati nella preparazione, ma la sua tenacia e la sua determinazione gli hanno permesso di arrivare all’appuntamento del 30 giugno riposato ma molto allenato.

Ci siamo salutati il giorno prima al bar dove spesso ci incontriamo, dopo la corsa di beneficienza per la nostra amica Letizia: c’era anche Francesca, la sua dolce compagna, che ha assistito e sorriso della sana tensione e della forte emozione che c’era nell’aria.

Il suo treno per Pistoia partiva alle 16.30, Francesca lo ha accompagnato alla stazione e da lì è partita la sua avventura. La sera le telefonate di rito: hai mangiato? Vai a letto presto, dormi, domattina rimetti la sveglia, stai tranquillo, non pensare. Tra atleti ci si capisce.

La mattina mi sono svegliata alle 5, senza sveglia, ma con tanta paura e tanta emozione da non riuscire a restare a casa. Cosi sono partita, la bici in auto, i pantaloni giusti e lo zaino pieno di integratori e speranza.

Autostrada e poi via, in direzione de Le Piastre: quando sono arrivata lì, avevo già deciso che avrei parcheggiato, sceso la bici e sarei tornata indietro: la salita per arrivare lì era ripida, lunga e mi aveva messo in agitazione, dovevo andare a recuperalo qualche chilometro più giu.

Cosi ho pedalato un pò, cercando di frenare sia la bici in discesa che le emozioni che provavo: e se avessi detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato? E se si fosse trovato in difficoltà e non avessi saputo cosa dire? E se la musica non avesse funzionato? E se la bici non avesse fatto il suo dovere?

Assistere un amico durante una imporatnte gara di endurance come la Pistoia Abetone, per la prima volta, ti mette davanti ad un sacco di interrogativi, e mette alla prova la tua resilienza e il tuo coraggio, e l’amicizia che ti lega all’atleta. Io dovevo una gara a Francesco, un’amicizia e tanti allenamenti. Era il minimo che potessi fare.

Mentre ero sul ciglio della strada ad aspettarlo ho inviato un vocale alla mia cara amica Cristiana, e mi sono comossa: non negherò qui tutto quello che ho provato al pensiero del nostro gruppo, dei Forrest Run, di quello che ci lega, della mia vita stravolta da gennaio ad oggi, della ritrovata voglia di gareggiare e di correre senza mai fermarsi. Mentre stavo seduta lì, all’ombra , con la bici alleata sul cavalletto, piangevo e parlavo, ed ero così felice di essere lì da non riuscire a stare ferma. Tanta paura nel desiderio di aiutare gli altri ha una grande possibilità di riuscita nell’impresa.

Dopo circa 30 minuti ,dalla curva in solitaria ho visto arrivare i primi due atleti, accoppiati.

Mi sono alzata, e li ho incitati; dopo poco è arrivato Alessandro, in 6° posizione, con la canottiera rossa, scelta azzeccata visto il suo 5° posto finale. Ho aspettato poco, e li ho visti sopraggiungere, Francesco e Moreno, in coppia, agili che montavano quelle salite dure e lunghe come due gazzelle.

Mi sono affiancata con la bici e lì è iniziato tutto: la musica, i rifornimenti, le borracce, le battute, e la paura è passata. Ho solo pensato che eravamo lì, tutti i Forrest Run stavano correndo con noi, che io ero solo la rappresentante di quegli amici del Murales che si raccolgono e si stringono intorno all’atleta di turno impegnato in una competizione.

Al 23° chilometro sono iniziati i primi doloretti: ginocchia, polpaccio, dita del piede, ma cercavo di spostare l’attenzione e di farlo rimanere concentrato sulla gara, e sulla velocità della sua corsa: aveva un buon passo: dopo Le Piastre, sul percorso pianeggiante, correva a 4’15, e stava bene. Moreno stava correndo la sua gara, con la grinta e la sapienza e la forza che lo contraddistinguono, e avrebbe terminato la prestazione al 30° chilometro, chiudendo la Pistoia-San Marcello in prima posizione, e confermandosi il campione che è da sempre.

Noi abbiamo continuato, mancavano ancora 20 chilometri, e il percorso si faceva sempre più affascinante, nel sali e scendi che lo caratterizza: lo zainetto che dalle spalle mi ero spostata davanti era ormai pieno di limoni e di banane, di bottigliette d’acqua e sempre meno di integratori.

Ormai la sequenza era: limone, acqua, maltrodestrine e acqua, e poi coca cola.

E tanta acqua sulla testa, sulle spalle e sulle gambe.

Tra un ristoro e una canzone, una rimonta e qualche rischio di essere investita dalle auto, siamo arrivati al 38° chilolometro, e alla salita che sembra infinita e che porta al traguardo, sotto il sole caldo e asciutto: i tornanti si susseguivano incessanti, non davano respiro e io ho iniziato il fine lavoro di assistenza psicologica. Sapevo che quello sarebbe stato il momento in cui tirar fuori i ricordi e le scorribande dei Forrest su e giu per i boschi, gli allenamenti duri a cui si era sottoposto negli ultimi due mesi; dovevo trovare spazio nella sua testa per pensare alla fatica che aveva speso per prepararsi, per pensare al nostro gruppo, alle persone che gli vogliono bene e soprattutto al fatto che nonostante entrambi credessimo che quello sarebbe stato il momento più duro, lo avrebbe superato e la gara sarebbe finita.

Ma siccome ogni gara è una sfida e nessuna è mai uguale all’altra, al 45° chilometro sono arrivati i crampi. Francesco non ne ha mai sofferto, ma si sa che il nemico è in agguato e può colpire quando si è più vulnerabili. I crampi non ce li aspettavamo: eravamo pronti al caldo, alla fame, alla fatica e ai dolori, alla perdita di consapevolezza e all’abbassamento della guardia di fronte alla stanchezza, ma non ai crampi.

Cosi, un grido e si è accasciato a terra.

Sono scesa, ho cercato di capire, ho provato a rialzarlo, lui era in preda a dei fortissimi crampi al bicipite femorale che gli impedivano di stendere o piegare entrambe le gambe.

Francesco era lucido, e consapevole…stanco ma consapevole. Sdraiato sull’asfalto, via via in quei lunghissimi 6 o 7 minuti si sono fermate molte persone: io pensavo solo a farlo ripartire, ma avevo molta paura che si fosse strappato un muscolo, e in quest’ultimo caso sarebbe stata la scelta sbagliata.

Quando, grazie anche all’aiuto di un medico che mi ha aiutato a tenergli le gambe in tensione, ho capito che ce l’avrebbe fatta, ho deciso che doveva capirlo anche lui: urlando e non guardandomi negli occhi, si stava strappando il pettorale, dicendomi che io non capivo e che lui non sarebbe ripartito. ” Adesso mi guardi negli occhi e lo dici a me che non arriviamo lassù, che tutta la fatica spesa per allenarti e per arrivare fin qui non è servita a niente! Adesso ti alzi e corri, e arriviamo al traguardo insieme, hai capito?!” Le mie grida erano più una minaccia che un consiglio, ma erano le parole di un’amica e di un’atleta, di chi conosce la fatica e la voglia di mollare, ma che non avrebbe mai permesso che la paura avesse avuto la meglio.

Ci siamo rialzati, ci siamo scambiati gli occhiali, e abbiamo deciso di correre in conservazione, preservando le gambe dai dolori.

Abbiamo perso 16 posizioni e 15 minuti sulla tabella di marcia, e nonostante ciò Francesco è arrivato un minuto prima dello scorso anno.

È stata una vittoria. Una delle esperienze più belle e ricche della mia vita di sportiva: aiutare un amico, raccogliere la sua fatica e farla tua, rialzarsi insieme e finire insieme qualcosa di importante.

Lo sport è questo: è amicizia, è empatia, è forza e determinazione. Tutto quello che è uscito da quel 30 giugno è più forte: la sua determinazione, la nostra amicizia e il gruppo dei Forrest Run. Francesco ha corso anche per tutti voi. Una sola cosa è uscita rimpicciolita, anzi direi proprio che non è tornata: la mia paura di non essere all’altezza.