A volte è necessario chiudere gli occhi per vedere l’impossibile .

Credo che sia necessaria una buona dose di incoscienza per cimentarsi in una gara come la San Gimignano – Volterra perchè, da qualsiasi lato la si guardi, è sempre una gara spaventosa: è impegnativa la distanza, è mostruoso il numero di chilometri di salita, è altrettanto impressionante il numero di chilometri di discesa.

Ho sempre saputo di essere un pò troppo coraggiosa, a volte, e di sfiorare la scelleratezza, in alcuni casi, ma questa volta mi sono superata nell’assecondare la proposta di due amici che probabilmente credono in me molto di più di quanto ci creda io.

Ho ceduto alla fiducia che nutro nei loro confronti e mi sono lasciata trasportare dalla curiosità, e dalla voglia di mettermi in gioco, senza pensare troppo e senza che quel pensiero che sporadicamente si affacciava alle pareti della mia mente impedisse al mio cervello di dire NO.

Se avessi riflettuto un pò di più sulla decisione di correre la San Gimignano Volterra, sicuramente avrei concluso che no, non ne sono all’altezza e non me la sento: avrei trovato cento scuse e altrettanti motivi, buoni motivi, per mandare loro due da soli a correrla.

Non ho pensato più di tanto: sapevo che non avevo i chilometri necessari sulle gambe, sapevo che faccio fatica a correre più di 20 km rispetto ad una gara veloce di 7, sapevo che c’era tanta salita e tanta discesa, ma me ne sono ampiamente fregata.

L’unica cosa a cui ho pensato è che se davvero l’avessi finita, e magari anche con un tempo accettabile, avrei conquistato molto di più di ciò che già avevo, e con molta meno fatica rispetto a quella che provo nel pormi sempre dei limiti.

Come ultimamente accade sempre, avevo Francesco al mio fianco, che ha impostato una tattica di gara perfetta, e sulla cui precisione non avevo il minimo dubbio.

Non ero agitata, non me lo so spiegare, ma una gara cosi lunga mi mette molta meno agitazione rispetto ad una sparata di 7 o di 10 chilometri, anche se al contrario richiede una maggiore tenuta di concentrazione: non tremavo, non pensavo, non correvo qua e là a fare allunghi, non stressavo Francesco con domande inutili dettate solo dall’ansia.

I primi 5 km sono stati in discesa, geograficamente parlando naturalmente: discesa a tratti ripida, asfaltata e quindi ancora più impattante sui muscoli che avrebbero dovuto correre altri 25 chilometri di cui più della metà in salita.

Siamo partiti piano, frenati, senza sforzo, ma con una attenta concentrazione a correre quanto più in economia possibile: un tratto di strada in piano e si inizia al 6° chilometro la salita: in un bosco bagnato e ventoso, dietro a Francesco e alla sua maestria, ho aggredito quelle strade sterrate con una calma e una risolutezza che non credevo mie.

Salivo e vivevo, salivo e prendevo coscienza: le gambe andavano, erano leggere nonostante l’affaticamento muscolare si facesse sempre più incalzante; al 15° la salita termina, quella di 10 chilometri ininterrotta, e si inizia a scollinare, e li ho cercato respiro, e l’ho trovato. Ho avuto crampi all’intestino, ma li ho superati: per il resto non ho sentito nè un dolore, nè uno strappo, nè il fiatone di cui temevo l’arrivo.

A 11 chilometri dalla fine dovevamo distendere le gambe e aumentare l’ampiezza della falcata, sciogliere le contrazioni muscolari e mentali e iniziare a correre: Francesco ha iniziato ad incalzare l’incitamento, non mollava mai, mi ha parato dal vento, mi ha riempito la borraccia, mi ha brontolato ove necessario e si è complimentato se ne avevo bisogno.

Ad un certo punto della gara ho capito che la fatica era arrivata: al 22° chilometro è iniziata la fase più dura, nella quale si scendeva e si saliva dalla giostra, dove iniziavo ad essere davvero sola con la mia fatica e in quel momento ho realizzato che stavo correndo al di là dei 21 chilometri.

Mi sono fatta convincere dal mio amico carissimo che non avrei dovuto mollare ma anzi, anche se era diffcile perchè tutto il mio corpo era un dolore, dovevo incalzare e correre con il cuore e con la testa, lasciarmi trasportare dalla consapevolezza che ce la stavo facendo, che quel limite era quasi oltrepassato e che solo con le mie forze e con il mio cervello e con il mio cuore stavo andando al di là di ciò che credevo impossibile: ho chiuso gli occhi e l’ho visto, il mio traguardo.

Adesso era mio, non lo era mai stato fino a quel momento, era troppo lunga e troppo difficile questa gara per essere mia, ma adesso lo era!

Al 4° chilometro dalla fine è arrivato il momento in cui davvero non ce la facevo più: c’era da prendere l’atleta davanti a me, in 8a posizione, che era davvero stanca e su cui avevo recuperato 200 mt in 3 chilometri di sali e scendi: lei si girava, mi controllava, e io urlavo a Francesco che l’avrei ripresa, si, come voleva lui.

Ma la salita lunga e senza soste che porta alla porta di San Matteo mi ha distrutto definitivamente: erano ancora troppi – nonostante fossero solo 40 – i metri che mi distanziavano dall’atleta davanti a me, e quando, varcata la porta, la salita si è fatta più ripida, avevo terminato anche l’ultimo spicchio di energia per poter respirare. Sono passata sotto al traguardo e ho chiuso gli occhi: ho visto e abbracciato l’impossibile, che si è materializzato tra le mie braccia ed è diventato realtà.

Un nono posto sperato, un tempo di 2h e 45 minuti inaspettato, che poco importano di fronte alla compiuta consalevolezza che nella vita io posso, tutti possono, voi potete, correre verso l’impossibile e usare le vostre forze per trasformarlo in realtà.

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