Un pony e il gioco è fatto.

Chissa quando potrò correre di nuovo.Queste sono le parole che mi frullano in testa continuamente, da ieri mattina. Non posso dire di essermi infortunata, posso solo raccontare che sono stata maldestramente calpestata dalla zampa di un pony spaventato, che saltando è atterrato sul mio piede scalzo, in acqua, disarcionando mia figlia che per fortuna ha fatto un innocuo e simpatico tuffo in mare.La giornata si era palesata divertente e istruttiva, in un ranch Corso immerso nella natura a pochi passi da una spiaggia sabbiosa: ai 4 bambini sono stati dati 4 pony apparentemente calmi – a quello di mio figlio più piccolo era stato dato il nome Tsunami, avrei dovuto forse essere preoccupata? – e un genitore doveva portare a spasso nel bosco e poi sulla spiaggia e in acqua il pony col figlio abbarbicato.L’istruttrice ci ha consigliato le scarpe chiuse per la passeggiata nel bosco, ma al momento di scendere in spiaggia, col suo intercalare italo-franco-spagnolo ci ha spiegato di restare in costume e ciabatte. Mai avrei pensato che forse sarebbero state adatte delle scarpe idro-anti-infortunistiche!Raggiungiamo la spiaggia, porto con me il cellulare per fare le foto (e quando mi ricapita di stare su una spiaggia corsa con mia figlia in costume su un pony in mezzo alle onde basse, stile matrimonio di Brooke e Ridge in Beautiful?!) inconsapevole che anche la nostra poliglotta istruttrice aveva con sé l’ultimo modello di smart phone con cui fare le foto ai nostri provetti cavallerizzi.Vabbè, ormai infilo il mio Huawei nel reggiseno del costume e procedo verso le piccole onde: Margot, la francese istruttrice, ci spiega di restare sempre dalla parte del mare. Spiegazione veloce e semplice, tanto quanto può sembrare l’azione di tenere il cavallo “a monte”, un po’ come nello sci. Più difficile invece sembra il riuscire a tenere Nala, la pony di mia figlia, dalla parte della sabbia: in un attimo infatti si volta col musetto verso il mare e lo sbatte contro un’onda più alta delle altre, ma pur sempre bassissima, considerando l’altezza del pony: come una ginnasta salta e si volta, atterrando con la sua zampa posteriore sul mio piede sinistro, nudo, e fragile. Mia figlia viene scaraventata giù dal suo dorso e con grazia si tuffa in mare: riemergendo è sbalordita, non sa se piangere o ridere, se essere arrabbiata o divertita, incrocia i miei occhi i quali un attimo prima avevano incrociato quelli del mio amico che mi stava gesticolando di non gridare dal dolore, di tacere la mia sofferenza. Ho preso Vittoria per mano, le ho chiesto se stava bene e mi sono messa a ridere: la resilienza fisica è una caratteristica da non sottovalutare, oltre a quella emotiva. Intanto il mio amico continuava a invitarmi a tacere, per non spaventare la bambina che ormai era estasiata ed era già rimontata in groppa alla sua macchina da guerra, non prima di pregarmi di lasciarle la mano, perché le stavo facendo male: stringevo le sue piccole dita con la stessa intensità con cui avrei voluto gridare e sedermi per leccarmi le ferite!Per fortuna la collega della poliglotta cavallerizza ha avuto il buon senso di sostituirmi alla guida della cavalla incriminata, cosicché ho potuto sedermi sul bagnasciuga per capire quanto male mi fossi fatta.Sono tornata al ranch zoppicando, ho immerso il piede in una shopping bag piena di cubetti di ghiaccio e ho bevuto un caffè francese ( mi sarei meritata un espresso, ma ormai domani torno a casa e vado da Emanuela e risolvo la questione). Mi hanno augurato una pronta guarigione e ci hanno salutati: io Nala non l’ho salutata, nonostante il mio amore per gli animali, capirete che un po’ di astio si era creato, tra di noi.Il pomeriggio è trascorso sulla spiaggia con un sacchetto di ghiaccio sul piede e l’aiuto della mia amica veterinaria che mi rassicurava toccando i due piedi e sostenendo che non c’erano fratture. Ritengo che abbia ragione, il piede non è molto gonfio: è solo emaciato e leggermente panzuto, ma tutto sommato non molto diverso dall’altro.Il passo però intercede zoppicante: domani tornerò sul continente e mi affiderò al responso di una macchina che vedrà dove l’occhio umano non arriva, ma il risultato non credo cambierà molto: la corsa sarà un miraggio per le prossime settimane, e non basterà un tè bollente a farmi passare il caldo della rabbia che sale al pensiero di non potermi allenare. Per fortuna ho il diversivo del nuoto, e per fortuna che dicono che lo scarico mi serve: ma nel frattempo io come riesco a mantenere il mio equilibrio?

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