La storia di una vittoria.

Sono trascorsi 9 giorni dalla Pistoia Abetone del 30 giugno.

Ho aspettato a scrivere perchè volevo che le emozioni forti si placassero, e che le reali sensazioni e i reali pensieri si affacciassero alla mia mente, pronti per essere messi su carta.

Ho aspettato tanto questa gara, da quando Francesco mi disse al telefono che sarebbe stato solo a correrla, senza nessuna assistenza. Ero in auto, stavo andando al lavoro e sulla spinta dell’entusiasmo di vivere una gara a me sconosciuta e dell’amicizia che mi lega a lui ho detto: “Vengo io!”

Lui non ha cercato di dissuadermi, era solo preoccupato che non riuscissi, con la mia mountain bike, a percorrere quei 37 chilomteri che dividono Le Piastre dall’Abetone, dal traguardo.

La Pistoia Abetone è una gara che viene disputata da 40 anni e che si snoda da Piazza Duomo a Pistoia fino alle Piramidi dell’Abetone: è una delle più famose ultraMarathon d’Italia, vi partecipano i più forti ultratleti ed è uno spettacolo delle discipline di Endurance.

Le settimane che hanno preceduto la gara mi hanno aiutato a capire che con le mie sole forze non sarei riuscita a pedalare accanto a Francesco e ad aiutarlo nei rifornimenti e a dargli contemporaneamente il supporto psicologico di cui necessitava. Ho cosi deciso di noleggiare una E-Bike, una fantastica Bicicletta elettrica che ho testato 6 giorni prima sulla strada che da Bientina porta a Cascine di Buti accompagnando un altro fortissimo atleta del nostro gruppo, Alessandro, iscritto anche lui alla competizione.

É stata una scelta decisiva e vincente: pedalare è l’ultima preoccupazione che si ha in sella a questi mezzi.

Francesco intanto rifiniva i suoi ultimi allenamenti: l’arrivo del caldo torrido non ci ha aiutati nella preparazione, ma la sua tenacia e la sua determinazione gli hanno permesso di arrivare all’appuntamento del 30 giugno riposato ma molto allenato.

Ci siamo salutati il giorno prima al bar dove spesso ci incontriamo, dopo la corsa di beneficienza per la nostra amica Letizia: c’era anche Francesca, la sua dolce compagna, che ha assistito e sorriso della sana tensione e della forte emozione che c’era nell’aria.

Il suo treno per Pistoia partiva alle 16.30, Francesca lo ha accompagnato alla stazione e da lì è partita la sua avventura. La sera le telefonate di rito: hai mangiato? Vai a letto presto, dormi, domattina rimetti la sveglia, stai tranquillo, non pensare. Tra atleti ci si capisce.

La mattina mi sono svegliata alle 5, senza sveglia, ma con tanta paura e tanta emozione da non riuscire a restare a casa. Cosi sono partita, la bici in auto, i pantaloni giusti e lo zaino pieno di integratori e speranza.

Autostrada e poi via, in direzione de Le Piastre: quando sono arrivata lì, avevo già deciso che avrei parcheggiato, sceso la bici e sarei tornata indietro: la salita per arrivare lì era ripida, lunga e mi aveva messo in agitazione, dovevo andare a recuperalo qualche chilometro più giu.

Cosi ho pedalato un pò, cercando di frenare sia la bici in discesa che le emozioni che provavo: e se avessi detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato? E se si fosse trovato in difficoltà e non avessi saputo cosa dire? E se la musica non avesse funzionato? E se la bici non avesse fatto il suo dovere?

Assistere un amico durante una imporatnte gara di endurance come la Pistoia Abetone, per la prima volta, ti mette davanti ad un sacco di interrogativi, e mette alla prova la tua resilienza e il tuo coraggio, e l’amicizia che ti lega all’atleta. Io dovevo una gara a Francesco, un’amicizia e tanti allenamenti. Era il minimo che potessi fare.

Mentre ero sul ciglio della strada ad aspettarlo ho inviato un vocale alla mia cara amica Cristiana, e mi sono comossa: non negherò qui tutto quello che ho provato al pensiero del nostro gruppo, dei Forrest Run, di quello che ci lega, della mia vita stravolta da gennaio ad oggi, della ritrovata voglia di gareggiare e di correre senza mai fermarsi. Mentre stavo seduta lì, all’ombra , con la bici alleata sul cavalletto, piangevo e parlavo, ed ero così felice di essere lì da non riuscire a stare ferma. Tanta paura nel desiderio di aiutare gli altri ha una grande possibilità di riuscita nell’impresa.

Dopo circa 30 minuti ,dalla curva in solitaria ho visto arrivare i primi due atleti, accoppiati.

Mi sono alzata, e li ho incitati; dopo poco è arrivato Alessandro, in 6° posizione, con la canottiera rossa, scelta azzeccata visto il suo 5° posto finale. Ho aspettato poco, e li ho visti sopraggiungere, Francesco e Moreno, in coppia, agili che montavano quelle salite dure e lunghe come due gazzelle.

Mi sono affiancata con la bici e lì è iniziato tutto: la musica, i rifornimenti, le borracce, le battute, e la paura è passata. Ho solo pensato che eravamo lì, tutti i Forrest Run stavano correndo con noi, che io ero solo la rappresentante di quegli amici del Murales che si raccolgono e si stringono intorno all’atleta di turno impegnato in una competizione.

Al 23° chilometro sono iniziati i primi doloretti: ginocchia, polpaccio, dita del piede, ma cercavo di spostare l’attenzione e di farlo rimanere concentrato sulla gara, e sulla velocità della sua corsa: aveva un buon passo: dopo Le Piastre, sul percorso pianeggiante, correva a 4’15, e stava bene. Moreno stava correndo la sua gara, con la grinta e la sapienza e la forza che lo contraddistinguono, e avrebbe terminato la prestazione al 30° chilometro, chiudendo la Pistoia-San Marcello in prima posizione, e confermandosi il campione che è da sempre.

Noi abbiamo continuato, mancavano ancora 20 chilometri, e il percorso si faceva sempre più affascinante, nel sali e scendi che lo caratterizza: lo zainetto che dalle spalle mi ero spostata davanti era ormai pieno di limoni e di banane, di bottigliette d’acqua e sempre meno di integratori.

Ormai la sequenza era: limone, acqua, maltrodestrine e acqua, e poi coca cola.

E tanta acqua sulla testa, sulle spalle e sulle gambe.

Tra un ristoro e una canzone, una rimonta e qualche rischio di essere investita dalle auto, siamo arrivati al 38° chilolometro, e alla salita che sembra infinita e che porta al traguardo, sotto il sole caldo e asciutto: i tornanti si susseguivano incessanti, non davano respiro e io ho iniziato il fine lavoro di assistenza psicologica. Sapevo che quello sarebbe stato il momento in cui tirar fuori i ricordi e le scorribande dei Forrest su e giu per i boschi, gli allenamenti duri a cui si era sottoposto negli ultimi due mesi; dovevo trovare spazio nella sua testa per pensare alla fatica che aveva speso per prepararsi, per pensare al nostro gruppo, alle persone che gli vogliono bene e soprattutto al fatto che nonostante entrambi credessimo che quello sarebbe stato il momento più duro, lo avrebbe superato e la gara sarebbe finita.

Ma siccome ogni gara è una sfida e nessuna è mai uguale all’altra, al 45° chilometro sono arrivati i crampi. Francesco non ne ha mai sofferto, ma si sa che il nemico è in agguato e può colpire quando si è più vulnerabili. I crampi non ce li aspettavamo: eravamo pronti al caldo, alla fame, alla fatica e ai dolori, alla perdita di consapevolezza e all’abbassamento della guardia di fronte alla stanchezza, ma non ai crampi.

Cosi, un grido e si è accasciato a terra.

Sono scesa, ho cercato di capire, ho provato a rialzarlo, lui era in preda a dei fortissimi crampi al bicipite femorale che gli impedivano di stendere o piegare entrambe le gambe.

Francesco era lucido, e consapevole…stanco ma consapevole. Sdraiato sull’asfalto, via via in quei lunghissimi 6 o 7 minuti si sono fermate molte persone: io pensavo solo a farlo ripartire, ma avevo molta paura che si fosse strappato un muscolo, e in quest’ultimo caso sarebbe stata la scelta sbagliata.

Quando, grazie anche all’aiuto di un medico che mi ha aiutato a tenergli le gambe in tensione, ho capito che ce l’avrebbe fatta, ho deciso che doveva capirlo anche lui: urlando e non guardandomi negli occhi, si stava strappando il pettorale, dicendomi che io non capivo e che lui non sarebbe ripartito. ” Adesso mi guardi negli occhi e lo dici a me che non arriviamo lassù, che tutta la fatica spesa per allenarti e per arrivare fin qui non è servita a niente! Adesso ti alzi e corri, e arriviamo al traguardo insieme, hai capito?!” Le mie grida erano più una minaccia che un consiglio, ma erano le parole di un’amica e di un’atleta, di chi conosce la fatica e la voglia di mollare, ma che non avrebbe mai permesso che la paura avesse avuto la meglio.

Ci siamo rialzati, ci siamo scambiati gli occhiali, e abbiamo deciso di correre in conservazione, preservando le gambe dai dolori.

Abbiamo perso 16 posizioni e 15 minuti sulla tabella di marcia, e nonostante ciò Francesco è arrivato un minuto prima dello scorso anno.

È stata una vittoria. Una delle esperienze più belle e ricche della mia vita di sportiva: aiutare un amico, raccogliere la sua fatica e farla tua, rialzarsi insieme e finire insieme qualcosa di importante.

Lo sport è questo: è amicizia, è empatia, è forza e determinazione. Tutto quello che è uscito da quel 30 giugno è più forte: la sua determinazione, la nostra amicizia e il gruppo dei Forrest Run. Francesco ha corso anche per tutti voi. Una sola cosa è uscita rimpicciolita, anzi direi proprio che non è tornata: la mia paura di non essere all’altezza.

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