Correre è un modus vivendi

I programmi sono fatti per essere cambiati: con questa regola mi viene in mente di proporre a Francesco di fare un bel lungo sali e scendi, il famoso “anello” che parte da Cavo, va a Rio nell’Elba e passando per Rio Marina, torna al Cavo: 21 km. L’ultima volta che ho percorso una distanza di simil fattura è stato il 10 marzo in occasione della mezza maratona di Empoli, di cui vi ho parlato qualche articolo fa.

Lui acconsente, mi consiglia di fare la prima parte piano e di accelerare la seconda, salite permettendo; e di salite ce ne sono, per arrivare da Rio Marina a Rio Elba, nell’entroterra dell’isola, dove sorge il famigerato ‘lavatoio pubblico’, ce n’e’ a volontà.

La sera prima sono eccitata, felice, acquisto una bottiglietta d’acqua da 1/2 litro per dissetarmi, anche se non sono abituata a correre con la bottiglia in mano; ma il mio preparatore non concepisce la corsa lunga senza una giusta idratazione, a buon ragione, e così la mattina alle 6.15 parto, con un caffè nelle vene e l’adrenalina nel sangue.

Felice per poter sfruttare la mia libertà, inizio a correre, affronto le prime salite subito fuori dal piccolo paese del Cavo, e già inizio a sentire che sto bene: non c’è fatica all’orizzonte, non c’è fiatone intorno ai miei polmoni, solo il cuore che batte forte per la voglia di correre e starci dentro, fino in fondo.

Continuo a salire e a scendere, a compiere tornanti leggeri con un panorama da favola : il mare mi osserva, guardingo e maestoso, la Palmaiola e Cerboli mi strizzano l’occhio. Una brezza all’inizio leggera ma via via più pesante mi asciuga il sudore prima che mi scenda sugli occhi, e gliene sono grata.

Dopo circa 8 km arrivo a Rio Marina, attraverso il centro e inizio a salire verso Rio Elba: una salita lunga 2 km, inarrestabile, che non ti lascia respiro, che sale incessantemente fino all’incrocio che ti porta da una parte, all’altra dell’isola: non mollo, procedo senza sosta allo stesso ritmo, con la paura di sentire le gambe urlare da un momento all’ altro. Invece arrivo in cima, e sto bene. Mi scatto una foto, faccio due passi e riparto, perché so che per arrivare al lavatoio c è ancora una salita da affrontare; qui la brezza diventa vento, contrario alle mie forze e alle mie gambe, alla mia direzione e al mio cuore: da sempre odio correre con il vento, è un nemico intangibile e contro il quale non esiste rimedio. So che mi accompagnerà per un lungo tratto, perché la strada per tornare verso il Cavo è ricca di curve e di cambi di direzione, e lui sarà con me almeno fino al 16° km.

Esco da Rio Elba e inizia la Sp30, una strada pressoché abbandonata, trafficata solo da persone che camminano o che guidano verso la loro abitazione. Mi permetto così di correre al centro della carreggiata, di far mia la strada, che corre in salita per 5 km, un lungo falsopiano che mi risulta di facile riuscita. Le gambe vanno, la fatica non c è! Dove sei, mia alleata quotidiana, compagna e nemica, necessaria ma insolente?

Conosco l’isola d’Elba come casa mia, e in parte lo è: so che dopo quei tornanti di leggera ma inesorabile salita, arriverà la discesa. La geografia non è un’opinione: Rio elba è in collina, il Cavo è sul mare.

Inizia la discesa: leggera e quasi a tratti impercettibile. Aumento, raggiungo i 4’30,le gambe girano, 17, 18, 19, 20 chilometri. So che è una grande giornata, percepisco che sto compiendo una grande impresa, per me, per le mie possibilità, ma la gioia più grande risiede nelle sensazioni positive e bellissime. Entro nel Cavo in massima spinta, scatta il 21° chilometro e sono a casa.

1’53, 21 km di salite e discese, in progressione; 21 km di gioia pura e di corsa vera, il miglior modo per passare quasi due ore della mia vita.

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