Terre di Siena Ultramarathon 50 Km

Scrivo questo articolo per raccontarvi la mia esperienza alla 50 Km della Terre di Siena Ultramarathon non tanto dal punto di vista emotivo ma da quello tecnico cercando di essere il più preciso e chiaro possibile sullo sviluppo del percorso e sulle maggiori difficoltà che incontrerete lungo il percorso. In calce all’articolo vi inserirò sia la planimetria sia il percorso progressivo che ho fatto a livello di posizione di classifica dal quale potrete evincere che partite piano non vuol dire arrivare dopo ma bensì risparmiare energie per interpretare al meglio la gara.

La partenza è fissata alle 9:00 dal centro storico di San Gimignano proprio sotto le tre torri. Sono arrivato alla partenza circa 40 minuti prima. Sono rimasto coperto il più possibile fino a pochi minuti dalla partenza. Non ho fatto molto riscaldamento in quanto ho pensato che partendo piano potevo scaldarmi durante i primi km che sarebbero stati in discesa. Per fortuna avendo la mia cara amica Elisa che mi avrebbe accompagnato in bicicletta durante tutto il percorso ho avuto la possibilità di potermi vestire a strati. Ciò mi ha permesso di partire abbastanza coperto sapendo che quando la temperatura sarebbe salita avrei avuto la possibilità di spogliarmi.

Ore 9:00 – Partenza da sotto le torri – Il primo consiglio che vi posso dare è di partire veramente piano, almeno i primi due km. Infatti i primi 9 km sono quasi completamente in discesa. Non fatevi ingolosire da alcuni tratti veramente scorrevoli. La gara è molto lunga e se consumerete troppe energie già nella prima parte della corsa sarà davvero difficile arrivare in fondo. Quindi non ampliate troppo la falcata della vostra corsa…andate a risparmio.

Poco dopo il 9° km la strada comincerà a salire. Sarà la prima vera salita che incontrerete. Non avrà pendenze irresistibili ma è abbastanza lunga (c.a. 4km). Il consiglio è di non aggredirla ma di lasciarla scorrere lentamente sotto le gambe. La sensazione che dovrete sentire è quella di una leggera fatica cercando di tenere il battito cardiaco basso per non andare in sofferenza. Se così non fosse, rallentate e riprendete il ritmo giusto. La salita non finirà subito ma vi troverete in un falsopiano che piano piano diventerà pianura e finalmente una dolce discesa.

La dolce discesa vi porterà fino alle porte di Colle Val d’Elsa (km 18,5 e partenza della 32km). La strada sarà molto scorrevole, soprattutto dopo il passaggio sotto l’arco del centro città vi troverete di fronte ad una discesa molto molto ripida e molto lunga che vi poterà fino al lato opposto delle mura, piccola salita di poche centinaia di metri e poi di nuovo discesa e un bel tratto in pianura. Forse questo è il punto più noioso di tutto il vostro percorso. Passerete in mezzo alla zona industriale e a macchine con motori accesi e tanto tanto asfalto parecchio sconnesso.

Uscito da questo tratto sarete circa al km 21.

Passando sotto un piccolo ponte inizierà una nuova salita. Sarete sempre sull’asfalto, almeno per il primo tratto. La prima parte di salita è abbastanza impegnativo per cui vi consiglierei anche in questo caso di non spingere troppo poiché non siamo ancora a metà percorso e il bello ha ancora da venire. Continuerà a salire fino al km 23. Dopo inizieranno dei tratti di terreno misto “mangia e bevi” cioè tratti di salita alternati a tratti di discesa/pianura. Salirete fino al km 26. Dopo inizierà un lungo tratto in discesa. Qua potrete far sciogliere un pò le gambe ma soprattutto spalle, braccia e collo. Non scordatelo mai. Ogni volta che incontrerete una discesa cercate di sciogliere bene la parte superiore del corpo.

Intorno al km 29 vi troverete in una strada bianca in un bellissima pianura verde…non la vedete ancora ma proprio dietro la collina che avete davanti c’è proprio Monteriggioni. Poco dopo entrerete in bosco. Se siete abituati al terreno non avrete alcun tipo di problema. Il percorso è ancora molto scorrevole. Riposate bene le gambe perché ora arriverà la prima vera (anche se corta) salita che incontrerete. Sarà il vostro campanello di allarme. Vi farà capire quante energie avete o quanto pensavate di averne.

Km 32 – Usciti dal bosco girerete verso destra e davanti a voi tenendo la sinistra si mostrerà in tutta la sua maestosità Monteriggioni. Quella che dovrete percorrere è la mulattiera che porta alla porta sud dell’ingresso delle mura. Il miglior consiglio che sento di darvi è questo: non abbiate timore a camminarla. La salita è talmente ripida che tra correrla e camminarla perderete al massimo c.a. 1 minuto. Quindi, risparmiate più energie possibili, del resto mancano ancora 18 km all’arrivo in Piazza del Campo. Arrivati in cima entrerete nel centro storico di Monteriggioni, ci sarà il ristoro proprio sotto l’arco della partenza della 18 km che è partita alle ore 10:00. Mangiate e bevete. Non scordate mai di idratarvi nel migliore dei modi. Anche se fosse freddo il copro ha bisogno di liquidi.

Uscita da Monteriggioni, si esce dalla porta Nord, si gira verso destra, discesa abbastanza ripida di c.a. 400 metri, giriamo a sinistra e imbocchiamo la strada Cassia. Qua il percorso scorrerà senza problemi per c.a. 2 km.

Km 36.5 fino al 39.5 – Qui avrete modo di rifiatare bene. Ricordatevi di sciogliere le braccia. Respirate bene e cercate di recuperare un pò di energie. Tra poco ne avrete tanto bisogno. Qua la strada scende dolce e leggera fino al 39 esimo. Negli ultimi 500 metri vi troverete una discesa un pò più ripida e un piccolo tratto di pianura… ristoro …..e come già potrete vedere, una salita molto ripida.

Km 40 – Avrete davanti la salita più impegnativa, a livello di dislivello, dell’ultimo tratto di gara. E’ molto lunga – c.a. 1 km – non aggreditela perché sarà molto molto dura. Al bisogno camminatela (non è mai un disonore riconoscere un momento di difficoltà, anzi, simboleggia grande saggezza e conoscenza del proprio corpo). Finita la salita sarete ripagati da un bellissimo panorama.

Km dal 41 al 44 – Inizia un altro tratto, tutto su asfalto, di “mangia e bevi”. Piccole salite alternate a discese molto ripide. Attenzione, in questa fase le gambe inizieranno a fare molto male, soprattutto sul quadricipite. Molto probabilmente sentirete le gambe non sorreggervi più nei tratti in discesa. Tenete duro, ormai manca davvero poco. Ancora una volta passo corto, soprattutto in discesa, piede il più possibile vicino al terreno e avanti a piccoli passi.

Km dal 45 a 48.5 – Senza alcun dubbio il momento più difficile dell’intera corsa. Ormai avrete sulle gambe più di una maratona. Le gambe fanno male e le energie sono ormai allo stremo. Questo tratto sarà quasi totalmente in salita. Qui sarà fondamentale la vostra concentrazione e la vostra voglia di arrivare in fondo a questo bellissimo viaggio. Se avrete risparmiato un pò di energie nella prima parte della gara (come vi ho consigliato all’inizio), questo è il momento giusto per usarle. Spero di no, ma a me più volte è venuto in mente di fermarmi, di non sopportare più quella stanchezza devastante che cerca di prevalere sul tuo fisico e sulla tua mente. Pensate a tutta la fatica che avete fatto per arrivare fino a qui. Non alla gara stessa, ma a tutta la preparazione che avete fatto. Km su km, notte insonni, mattine con sveglia alle 5 per allenamenti massacranti, allenamenti la sera dopo il lavoro o dopo cena. Ognuno ha fatto i suoi sacrifici. Trovate in essi la forza di non mollare. Ancora una volta, fino alla noia, TESTA BASSA E PASSO CORTO. Piano piano avanziamo per gli ultimi km. Ormai la vedi. La porta Camollia. Entriamo, ormai manca solo 1 km e mezzo.

km 48.6 – 49.95 Ormai siamo dentro Siena e la stanchezza ormai avrà preso il sopravvento. Focalizzate bene il vostro obiettivo. Ormai è a portata di mano. Concentratevi. Continuate a correre, un pò anche con inerzia. Sempre passo corto, uno alla volta scorrerete nel centro di Siena, tra i vicoli. Piccoli sali e scendi da non sottovalutare. Le salite anche se piccole saranno faticosissime e le piccole discese dolorose a livello muscolare. Andate avanti. Piano piano li sentirete…gli autoparlanti di Piazza del Campo.

Km 49.95 – 50! – Siamo arrivati, fate l’ultima curva verso destra. Siamo arrivati in Piazza del Campo. Godetevi al massimo quei 50 metri. Ogni dolore adesso è svanito, ogni fatica dimenticata.

Come mi ha detto una cara amica pochi metri dall’arrivo “Adesso chiudi gli occhi, quando li riaprirai sarai in Piazza del Campo e tutti i tuoi sacrifici saranno ripagati”

Arrivo – Alza il pugno al cielo….SEI UN ULTRAMARATONETA.

Ed io ero lì con te.


Credo sia un purosangue, uno di quegli atleti che hanno la corsa che scorre nelle vene.

L’ho conosciuto un anno fa ma a dire il vero non ricordo il giorno preciso e nemmeno il momento: di lui ricordo la caparbietà, come sua principale caratteristica, che lo contraddistingue e lo fa emergere su una folla di persone.

Quando poi sorride, pensi che tutta quella folla potrebbe sparire, perchè la sua dolcezza è così in antitesi con la sua forza di volontà da risultare irresistibile: il mio amico Federico, da domenica, con questi suoi tratti caratteriali, è diventato un Ultramaratoneta ed il merito è tutto del suo cuore.

Quando mi disse, a fine novembre, dopo aver corso in modo eccellente la sua prima maratona, che avrebbe preparato “Terre di Siena”, l’Ultramaratona in programma il 23 febbraio, mi offrii immediatamente di accompagnarlo in bici, come aveVo fatto l’estate precedente con Francesco alla Pistoia Abetone; lui, con il suo placido realismo, mi disse che ne sarebbe stato felice, ma non era ancora convinto di riuscire a prepararla al meglio.

In questi mesi l’ho seguito in sordina, lo guardavo, e mentre la nostra amicizia cresceva e lui mi dimostrava di essere davvero una persona sincera e sensibile, la sua preparazione procedeva nel migliore dei modi: ancora però non aveva deciso definitivamente di correre questa gara, che oltre ad essere molto lunga è anche insidiosa e distruttiva, perchè sale e scende in modo discontinuo, attraversando paesi e mostrando la bellezza della nostra Regione agli impavidi atleti.

La mia preparazione mentale non è stata ferrea come quella che ho avuto per accompagnare Francesco: ho scelto di pedalare sulla mia mountain bike e di non noleggiare una e-bike, visto che il percorso saliva e scendeva e avrei potuto avvantaggiarmi e riposare per poter stare sempre vicino a Federico. Inoltre non tutti i momenti della vita sono uguali, ce ne sono alcuni in cui regna la sofferenza, ma l’amicizia ti aiuta, ti solleva, ti abbraccia e ti rilancia in alto: questo ha fatto Federico con me.

L’appuntamento era fissato per domenica alle 6:45 davanti a casa sua: il caso, o la stanchezza, ha voluto che non riuscissi a svegliarmi se non proprio all’ora dell’appuntamento. Alle 7 ero sotto casa sua, alla Borra e alle 7:50 eravamo a San Gimignano…abbiamo iniziato bene!

La gara di 50 km sarebbe partita alle 9:00 dalla piazza del paese, per passare da Colle Val d’Elsa dove partiva la 32 Km, per poi attraversare il borgo di Monteriggioni dal quale gli atleti dell’ultima distanza – 18 km – avrebbero iniziato l’impresa.

Nello zaino e nel porta borraccia della mia super bici avevo la necessaria integrazione per il mio amico: mi aveva dato precise istruzioni sui tempi e i modi con cui somministrargli il tutto.

Non avevo particolari pressioni: sapevo solo che volevo stargli accanto ogni metro di quella gara, sapevo che sarebbe stata dura, perchè dopo aver accompagnato Francesco quel 30 giugno 2019 fino alle Piramidi avevo indirettamente conosciuto la fatica di un ultramaratona collinare.

A Monteriggioni avremmo incontrato Francesco e Alessandro che avrebbero aiutato rispettivamente Claudio e Federico correndo al loro fianco: Claudio, anche lui, era alla sua prima ultra ed è riuscito a conquistare un primo posto di categoria e a finire una gran bella gara, dimostrandosi un atleta di spessore, di gambe, testa e cuore.

La partenza è stata blanda e i primi 5 km sono volati ad un ritmo blando che ha permesso una prima scrematura, e un passaggio di tensione dalle gambe alla testa: Federico era molto concentrato, e lo è stato per tutta la gara, senza mai lamentarsi dei dolori o del caldo o del freddo o della mia parlantina continua: anche questa è stata una sfida!

Ogni 5 km un ciuccino, le 2 borracce coi sali si alternavano dalle mie mani alle sue, ogni tanto andavo avanti, nei tratti di discesa, e mi fermavo per evitare di stare troppo tempo seduta su quella sella a cui proprio non sono abituata.

Pedalare accanto a Federico è stato per me un grande insegnamento: non ho mai visto un atleta con così tanta dignità e coraggio, io sapevo che tipo di dolori aveva, ma cercavo di non chiederglielo; io sapevo che cosa gli passava nella testa, ma cercavo di non ricordarglielo; sapevo che la fatica, quella pesante che ti schiaccia, sarebbe arrivata ma non avevo dubbi che lui non avrebbe ceduto.

Sotto Monteriggioni abbiamo incontrato Francesco e Alessandro, due magliette dei Forrest Run che correvano verso di noi: Francesco si è affiancato a Claudio e Alessandro a Federico.

Le coppie eran fatte e ognuno aveva i suoi paladini: l’amicizia aveva già vinto.

Avevamo appena passato il 32° km, aggirato Monteriggioni e iniziato a risalire di nuovo quando è iniziata la vera e massacrante stanchezza nelle gambe di Fede: il suo viso, che fino a quel momento era stato imprescrutabile alla sofferenza e alle ore di corsa, adesso iniziava a mostrare i primi segni di cedimento, qualche smorfia qua e là e qualche ruga segnavano il suo volto da ragazzo. Alessandro gli suggeriva tante piccole indicazioni, accorgimenti necessari da ricordare ad un’atleta che sa cosa fare ma che dopo 35 km di sali e scendi può dimenticarsene: non ho dubbi che lui le abbia messe tutte in pratica.

Quando abbiamo iniziato a vedere i cartelli con su scritto “Siena”, abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ma mancavano ancora 8 km perchè il percorso prevedeva un giro più lungo per l’ingresso in Piazza del Campo. Al 47° km sono arrivati i crampi: Federico non si è scomposto, è riuscito a non fermarsi, solo qualche lamento, e alla fine sono passati, così come sono arrivati: è stato lui a dominare loro, e non viceversa.

Alessandro non l’ha mai mollato: acqua, sali, battute e incitamento, con la sua facilità di corsa è riuscito a sostenerlo fino alla fine e a filmare i suoi ultimi 4 minuti di una gara che resterà negli annali dei Forrest Run.

L’ingresso nelle mura di Siena è stato un piccolo traguardo: le strade sconnesse ma quasi tutte in discesa hanno fatto capire a Federico che aveva vinto: stava concludendo una gara durissima di 50 km, dopo una seria preparazione e dopo il coronamento del sogno della Maratona di Firenze a Novembre. Nonostante il dolore alla gamba, nonostante la paura di dover abbandonare le competizioni, lui c’è riuscito, ed è entrato trionfante in Piazza del Campo con un braccio alzato verso il nostro amico Namu a simboleggiare la sua vittoria, sugli eventi, sulla sfortuna, sulla natura…si, perchè lui domenica è stato il mio supereroe, ed Emma e Chiara sono proprio fortunate ad averlo come padre.

Essere stata lì, per me, è stata una gioia: non avrei voluto essere in nessun altro posto, come quando sono andata a Firenze mentre lui correva la Maratona: quando si ha la fortuna di incontrare nella propria vita persone come lui, devi stringerle forte a te e non lasciarle andare, ma dargli amicizia almeno quanta loro ne danno a te.

Complimenti a questi grandi atleti, perchè oltre a Federico, di cui conosco ogni lacrima di sudore, anche altri nostri amici hanno corso questa gara: Claudio, che ha sconfitto i suoi infortuni ed è riuscito a prepararla egregiamente ottenendo un risultato splendido; Catia e suo marito Alberto che, come due anime per mano, corrono e sorridono, affrontando le sfide come se fossero passeggiate; il nostro Simone, la nostra Tea, Giovanni, tutti Forrest Run che contribuiscono a rendere questo gruppo impagabile.

Metti un giorno a Firenze

Ognuno di noi ha un sogno, e forse c’è anche chi ne ha più di uno. Anche se gli anni passano e alcuni sogni si sono realizzati, questo non esclude che possiamo averne altri, e magari realizzarli. L’età non è un ostacolo alla felicità. Avere dei desideri e cercare di realizzarli ci concede il lusso di impegnarci per renderli veri.Oggi a Firenze ho assistito ad uno spettacolo così emozionante da farmi piangere più volte; oggi ho vissuto una giornata di sport e soprattutto di amicizia come poche volte succede nella vita.A me quest’anno è già accaduto due volte, ed ancora manca più di un mese alla fine del 2019: mi sento molto ricca, perché ci sono persone che mai hanno avuto questa fortuna.Stamani Federico e Cristiana correvano la Maratona di Firenze: per lui era la prima, per lei la 7°, ma era come se fosse la prima, vista l’accuratezza con cui l’aveva preparata.Fede è una persona speciale, uno di quei ragazzi che non ha bisogno di tante parole, né intorno né addosso: il suo sguardo parla da solo, I suoi atteggiamenti ispirano serietà e dolcezza, le sue azioni trasmettono completezza e intelligenza. 6 mesi fa gli promisi che oggi sarei stata al suo fianco ad affrontare questa sfida, e che non mi sarei mai tirata indietro: conosco i suoi trascorsi, conosco ciò che ha sopportato nell’ultimo anno e ho sofferto con lui ogni volta che la sorte sembrava remargli contro. Sapevo il valore che questa maratona aveva per lui, il significato di riuscire a tagliare quel traguardo in Piazza del Duomo: sapevo tutto, e per questo oggi ero lì, al 5° km, al 12°, al 17° e al traguardo, ad urlare il suo nome piangendo mentre gli passavo la maglietta con una dedica speciale. Lui oggi è stato il mio eroe, da oggi tu sei il mio eroe, Fede, e racconterò ai miei figli questa favola come il più bel libro a lieto fine.Cristiana è una donna con le palle: è una donna che dello sport ha fatto un modus vivendi e che riesce a portare avanti le sue idee e le sue convinzioni con una dolce risolutezza che ti fa pensare solo di voler essere anche solo un pochino come lei. Corre da anni, e da uno con noi, e di maratone ne aveva già fatte 6, oltre ad 1 passatore, ma mai le aveva preparate con dedizione e serietà, seguendo allenamenti precisi studiati per lei, ed eseguiti con un gruppo di amici che sempre l’ hanno sostenuta. Oggi ha avuto Francesco – cerottino accanto a lei per 37 km, e Mario per altri 12, e scortata da queste due colonne delle lunghe distanze, è riuscita ad abbassare il suo personale di 40 minuti e ad arrivare al traguardo ancora più bella, se possibile, di come è partita.E dopo, birra e pub, patatine e risate, come una gita scolastica a 18 anni, come riesci a fare solo con gli amici veri; come puoi essere a tuo agio solamente con persone che speravi di incontrare e che hai avuto la fortuna di conoscere e averl vicine, averle amiche, averle nella tua vita e sperare che ci rimangano per sempre.

A volte è necessario chiudere gli occhi per vedere l’impossibile .

Credo che sia necessaria una buona dose di incoscienza per cimentarsi in una gara come la San Gimignano – Volterra perchè, da qualsiasi lato la si guardi, è sempre una gara spaventosa: è impegnativa la distanza, è mostruoso il numero di chilometri di salita, è altrettanto impressionante il numero di chilometri di discesa.

Ho sempre saputo di essere un pò troppo coraggiosa, a volte, e di sfiorare la scelleratezza, in alcuni casi, ma questa volta mi sono superata nell’assecondare la proposta di due amici che probabilmente credono in me molto di più di quanto ci creda io.

Ho ceduto alla fiducia che nutro nei loro confronti e mi sono lasciata trasportare dalla curiosità, e dalla voglia di mettermi in gioco, senza pensare troppo e senza che quel pensiero che sporadicamente si affacciava alle pareti della mia mente impedisse al mio cervello di dire NO.

Se avessi riflettuto un pò di più sulla decisione di correre la San Gimignano Volterra, sicuramente avrei concluso che no, non ne sono all’altezza e non me la sento: avrei trovato cento scuse e altrettanti motivi, buoni motivi, per mandare loro due da soli a correrla.

Non ho pensato più di tanto: sapevo che non avevo i chilometri necessari sulle gambe, sapevo che faccio fatica a correre più di 20 km rispetto ad una gara veloce di 7, sapevo che c’era tanta salita e tanta discesa, ma me ne sono ampiamente fregata.

L’unica cosa a cui ho pensato è che se davvero l’avessi finita, e magari anche con un tempo accettabile, avrei conquistato molto di più di ciò che già avevo, e con molta meno fatica rispetto a quella che provo nel pormi sempre dei limiti.

Come ultimamente accade sempre, avevo Francesco al mio fianco, che ha impostato una tattica di gara perfetta, e sulla cui precisione non avevo il minimo dubbio.

Non ero agitata, non me lo so spiegare, ma una gara cosi lunga mi mette molta meno agitazione rispetto ad una sparata di 7 o di 10 chilometri, anche se al contrario richiede una maggiore tenuta di concentrazione: non tremavo, non pensavo, non correvo qua e là a fare allunghi, non stressavo Francesco con domande inutili dettate solo dall’ansia.

I primi 5 km sono stati in discesa, geograficamente parlando naturalmente: discesa a tratti ripida, asfaltata e quindi ancora più impattante sui muscoli che avrebbero dovuto correre altri 25 chilometri di cui più della metà in salita.

Siamo partiti piano, frenati, senza sforzo, ma con una attenta concentrazione a correre quanto più in economia possibile: un tratto di strada in piano e si inizia al 6° chilometro la salita: in un bosco bagnato e ventoso, dietro a Francesco e alla sua maestria, ho aggredito quelle strade sterrate con una calma e una risolutezza che non credevo mie.

Salivo e vivevo, salivo e prendevo coscienza: le gambe andavano, erano leggere nonostante l’affaticamento muscolare si facesse sempre più incalzante; al 15° la salita termina, quella di 10 chilometri ininterrotta, e si inizia a scollinare, e li ho cercato respiro, e l’ho trovato. Ho avuto crampi all’intestino, ma li ho superati: per il resto non ho sentito nè un dolore, nè uno strappo, nè il fiatone di cui temevo l’arrivo.

A 11 chilometri dalla fine dovevamo distendere le gambe e aumentare l’ampiezza della falcata, sciogliere le contrazioni muscolari e mentali e iniziare a correre: Francesco ha iniziato ad incalzare l’incitamento, non mollava mai, mi ha parato dal vento, mi ha riempito la borraccia, mi ha brontolato ove necessario e si è complimentato se ne avevo bisogno.

Ad un certo punto della gara ho capito che la fatica era arrivata: al 22° chilometro è iniziata la fase più dura, nella quale si scendeva e si saliva dalla giostra, dove iniziavo ad essere davvero sola con la mia fatica e in quel momento ho realizzato che stavo correndo al di là dei 21 chilometri.

Mi sono fatta convincere dal mio amico carissimo che non avrei dovuto mollare ma anzi, anche se era diffcile perchè tutto il mio corpo era un dolore, dovevo incalzare e correre con il cuore e con la testa, lasciarmi trasportare dalla consapevolezza che ce la stavo facendo, che quel limite era quasi oltrepassato e che solo con le mie forze e con il mio cervello e con il mio cuore stavo andando al di là di ciò che credevo impossibile: ho chiuso gli occhi e l’ho visto, il mio traguardo.

Adesso era mio, non lo era mai stato fino a quel momento, era troppo lunga e troppo difficile questa gara per essere mia, ma adesso lo era!

Al 4° chilometro dalla fine è arrivato il momento in cui davvero non ce la facevo più: c’era da prendere l’atleta davanti a me, in 8a posizione, che era davvero stanca e su cui avevo recuperato 200 mt in 3 chilometri di sali e scendi: lei si girava, mi controllava, e io urlavo a Francesco che l’avrei ripresa, si, come voleva lui.

Ma la salita lunga e senza soste che porta alla porta di San Matteo mi ha distrutto definitivamente: erano ancora troppi – nonostante fossero solo 40 – i metri che mi distanziavano dall’atleta davanti a me, e quando, varcata la porta, la salita si è fatta più ripida, avevo terminato anche l’ultimo spicchio di energia per poter respirare. Sono passata sotto al traguardo e ho chiuso gli occhi: ho visto e abbracciato l’impossibile, che si è materializzato tra le mie braccia ed è diventato realtà.

Un nono posto sperato, un tempo di 2h e 45 minuti inaspettato, che poco importano di fronte alla compiuta consalevolezza che nella vita io posso, tutti possono, voi potete, correre verso l’impossibile e usare le vostre forze per trasformarlo in realtà.

L’immancabile presenza.

Correre in trasferta ha sempre il suo fascino: strade che non conosci, profumi inaspettati, scorci che ti costringono a rallentare il passo e percorsi senza ricordi. Ad ogni passo puoi scegliere di pensare a cosa vuoi perché nessuno di quei luoghi è legato ad una persona, ad un avvenimento, ad una risata o ad un pensiero triste. Sei ancora più libero nell’espressione del pensiero, puoi inventare storie fantastiche di draghi e principesse che si amano sul Sile come dei cigni inaspettatamente bianchi.

Stamani mi sono svegliata alle 6 e sono andata a correre alle 7 per fare un lungo. Domenica ho un obiettivo che credo sia abbastanza per me, forse troppo, ma se voglio almeno provarci devo mettere su un po’ più di km, almeno per aggiungere un mattoncino alla mia scarsa autostima.

I miei Forrest erano a Ponsacco, quasi tutti, che stavano per correre alla classica corsa non competitiva del circuito Pisano: sono partita e li ho pensati.

Ho messo la musica alle orecchie perché forse le note arricciate delle ultime hit avrebbero attenuato la mancanza che di loro sentivo. Ha funzionato in parte, perché al 5° km ho pensato che non ce l’avrei fatta, che la noia era al prossimo bivio e avrei dovuto scegliere, se perdermi nella musica e nella tenacia che mi costradistingue, o tornare indietro e guardare le foto che sicuramente avrebbero messo sul gruppo whats up.

Ho deciso di continuare, di godermi il paesaggio, perché dovevo correre, perché volevo correre, perché loro stavano correndo, perché Francesco stava aspettando di sapere com’era andata, perché domenica vorrei correre quella corsa.

Allora ho guardato il paesaggio, così umido e perfetto, così preciso e pianeggiante, così diverso da quello che mi aspetterà domenica : ho attraversato stati d’animo diversi tra loro, guidata dalle canzoni che si davano il cambio cercando di far salire sempre più in alto l’altalena delle miei emozioni.

Al 10° km sono tornata indietro, cercando di ripercorrere le vie che mi avrebbero riportato a casa di mia sorella: ci sono quasi riuscita, ma al 18° ho deciso che avrei continuato fino al 21°, ricercando un po’ di progressione. Sono andata verso la Ghirada – per chi non è pratico di Treviso, la Ghirada è un parco “sportivo” di proprietà Benetton, dove ha sede la famosa squadra di rugby – e sono tornata ancora indietro, e senza fiatone e senza troppa spinta ho chiuso l’ultimo km a 4.30.

Ho guardato il cellulare e dopo pochi minuti siete apparsi voi, con i vostri sorrisi, tanti sorrisi, tente facce, tutte amiche, un feedback positivo alla mia anima, una sensazione di compagnia in assenza di voi che solo con i veri amici si può sentire.

Quando so che per un weekend non potrò correre con voi so già prima che il sabato inizi, che mi mancherete, ma ogni volta è sorprendente quanto mi Mancate, quanto tornare al lavoro il lunedì sia faticoso senza aver condiviso con voi la fatica e le risate. Forse sono io troppo sentimentale e sensibile, forse siete talmente tanto per me che mi sbalordisco ad ogni passo in più, ma se riuscite a creare un me certe emozioni, non può essere un sogno, e nemmeno un bluff.

Buona domenica Forrest, e grazie per essere stati con me anche oggi, a 300 km di distanza.

Sei la strada che porta alla vita…

Oggi I Forrest Run si sono separati per gareggiare in posti diversi, ma pur sempre legati da quel filo invisibile che ognuno di noi sente e che, nonostante l’invisibilita, solo guardandoci tutti possono vedere.

In una bellissima giornata soleggiata di ottobre, tra le foglie che iniziano a lasciarsi andare a terra e l’umidità che resta di una notte sognata, ognuno di noi ha scelto la propria gara, in base a ciò che gli è più congeniale o a ciò che gli piace di più.

Simone è andato a Sestri Levante a correre la Anderson Run, una competitiva di 7 miglia da favola, nella quale si è tolto delle belle soddisfazioni, mettendo a frutto gli allenamenti fatti durante le corse mattutine, i massaggi e i consigli nei pomeriggi in compagnia.

Elisa, Alessandro e Francesco hanno scelto Montecatini Terme, la Avis Run, una spettacolare 10 km competitiva che dalle Terme della Salute raggiunge, con ripide salite, le colline pianeggianti appena sotto a Montecatini Alto. Uno scenario mozzafiato per una gara che ha dato ottimi risultati, vedendo Alessandro vittorioso e Elisa seconda assoluta, con un Francesco che per la seconda volta si è cimentato nel ruolo di ottima lepre e allenatore della nostra amica.

A Castelfranco di Sotto le camminatrici e altri corridori dei Forrest hanno affrontato il percorso sempre duro del Trofeo Pisano, riuscendo anche a correre 30 km. Francesca, Cristina, Elisabetta, Federico, Giorgio, Cristiana ed altri degni rappresentanti dei Forrest sono riusciti a portare una notevole compagine del gruppo sulle colline pisane: è bello vedere che i Forrest riescono sempre ad essere presenti anche alle gare non competitive, perché lo spirito della corsa vive anche in chi per un giorno non ha voglia di confrontarsi con la competizione.

Per finire, a Lammari una bella fetta di grandi atleti hs partecipato alla 10k organizzata in occasione della “Maratonina del Campanone”, una Mezza Maratona molto veloce che si snoda su 3 giri da 7 km ciascuno. Maurizio L., Alice, Claudio, Matteo, Maurizio B. e Mauro hanno disputato la 10 km, mettendo a frutto i duri allenamenti a cui si sono sottoposti negli ultimi mesi; Mario, l’eterno consigliere e ever green della Corsa, e Silvia, la super sorridente atleta, si sino cimentati nella 21 km, distanza sempre a loro molto congeniale. Hanno riportato a casa premi e soddisfazioni, sorrisi ed esperienza.

Una domenica come tante, una domenica di sport, di quelle come piacciono a noi. I Forrest sono questo: sono libertà, sono vita che scorre tra le falcate di un allenamento e uno sprint di un finale di gara; sono amicizia e lealtà, aiuto reciproco e sacrificio.

All’interno dei Forrest ho trovato, in piccolo, ciò che mi piacerebbe sentire nella società, nei piccoli gruppi e micro-mondi in cui ognuno di noi si trova ad essere inserito: il lavoro, la scuola e lo sport dei propri figli, la famiglia. Un sentimento, inteso come “sentire” (gli inglesi hanno un termine adatto per esprimere questo concetto, feeling) che non risente delle invidie, della gelosia, della rivalità: un gruppo di persone unite da una passione che crea positività, che ci porta a sorridere anche quando non ne avremmo voglia, anche quando tutto al di fuori di quella cerchia di uomini e donne che ormai si chiamano Forrest, va come non vorresti. Un piccolo angolo nel cuore di ognuno di noi, che fa pulsare il nostro sangue via nelle vene e nelle arterie e che ci rende VIVI.

Continuate a portare le vostre gambe ei vostri cuori in giro, portate il nome dei Forrest Run in giro per le corse della Toscana: solo così potrete portare sorrisi a chi non ne ha più, voglia di vivere a chi l’ha persa e energia a chi si sente spento.

Il mondo è (anche) altrove.

Quando ero un’adolescente mio padre per lavoro girava il mondo visitando paesi poveri o meno poveri, come il Messico, India, Cina, Corea, Thailandia, Iran, Etiopia, Turchia e ogni volta che tornava ci raccontava ciò che aveva visto e le persone che aveva incontrato, e concludeva ogni suo racconto con la frase: “vorrei portarvi con me perché possiate vedere coi vostri occhi quante cose NON hanno che voi date per scontato”. Le foto che ci faceva vedere dopo averle sviluppate non restituivano appieno la realtà di ciò che ci raccontava, quella realtà che solo l’occhio umano avrebbe potuto capire.

Mio padre ha visitato luoghi che non possono essere identificati come i più poveri del mondo, in un momento storico in cui molte guerre intestine ancora non erano scoppiate e in alcune nazioni si viveva ancora la pace; nonostante ciò il gap tra la nostra realtà e quella che lui vedeva era già ampio, pieno di NON, pieno di differenze abissali, di persone che vivevano con poco, pochissimo. Un gap che noi, adolescenti di allora, a Staffoli, in una bella casa, non sentivamo.

Negli anni il mondo è cambiato, quelle lotte intestine che 25 anni fa erano marginali o inesistenti in alcuni paesi, sono scoppiate come un frutto troppo maturo, e in alcuni paesi sono scoppiate vere e proprie guerre: le frontiere sono cambiate, i porti hanno assunto un altro significato, i potenti sono ancora più potenti perché invischiati in una guerra puttana, come tutte le guerre.

L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo lontano tra loro, nel quale si sono inserite le politiche arriviste e spregiudicate di paesi al vertice del mondo, e le religioni estremiste che sostituiscono l’umana coscienza del vivere.

Se mio padre andasse adesso in alcuni di quei paesi che ha visitato molti anni fa, credo che tornerebbe sconcertato più di quanto tornasse nel 1996, o nel 1998.

La forbice economica sociale si è allargata, così come in Italia, anche negli altri paesi, e i ricchi sono sempre più ricchi, e spesso potenti, e i poveri sono sempre più poveri. La situazione economica, sociale e le condizioni di vita sono peggiorate e la televisione e il cyber mondo hanno permesso che si potesse conoscere e sapere che c è un mondo, altrove. Così come gli slavi hanno attraversato l’Adriatico negli anni ’90 dello scorso secolo perché non riuscivano più a vivere nel loro paese e speravano nelle condizioni migliori del paese di fronte, così adesso dall’ Africa subsahariana principalmente e dall’ Afghanistan e Pakistan uomini, donne e bambini, qualsiasi essere umano che voglia vivere scappa, prova ad attraversare la bocca del Mediterraneo per arrivare in Italia e per poter vivere, lo ripeto.

Sto leggendo un libro che mi sta mettendo duramente alla prova, perché racconta le storie di sopravvissuti ai numerosi naufragi nel Nostro mare, spesso narrando avvenimenti che altrimenti non avremo conosciuto. Naufragi davanti alle coste libiche, naufragi voluti, naufragi accaduti, ma sempre tragici e inenarrabili. Persone come noi, che sono nate in un altro mondo, altrove, e che non riescono a vivere, che sono sottoposti a torture e devono soggiacere a situazioni belliche continue, che hanno figli, uguali ai nostri, ai quali non possono assicurare nemmeno un piatto di riso al giorno. Quale genitore non cercherebbe di dare un futuro, anche uno solo, al proprio figlio?

Questa volta ho esulato dall’argomento corsa, ho voluto parlarvi di altro, perché possiate pensare , ogni volta che vi allacciate le scarpe e salite in auto per venire al Murales, che siete fortunati.

Pensatelo sempre, non lasciate passare un giorno senza rivolgere un pensiero a chi vive un un mondo, altrove, dove non c’è niente. Dove la corsa serve per scappare o per arrivare prima di un altro al pozzo per riempire il secchio che non ti farà morire.